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 2013  marzo 02 Sabato calendario

MAL D’ARABIA

[Carte diplomatiche da poco accessibili raccontano una storia inedita sull’attrazione fatale italiana verso il medio oriente]–
Ci sono documenti inediti, all’apparenza marginali, capaci – come fossero fotogrammi noti – di evocare storie lontane, non concluse, meno che mai risolte. Nei giorni lividi della Repubblica sociale, una nota verbale del 6 marzo 1944 del ministero degli Esteri, in risposta a una richiesta dell’ambasciata tedesca, indicava i “criteri in base ai quali verrà eseguito l’internamento dei cittadini di stati nemici residenti in Italia”, escludendone espressamente “indiani, cittadini egiziani, nonché tutti i pertinenti di razza araba, di colonie, protettorati e territori sotto mandato inglese”. Nella memoria, scatta automatica l’immagine persistente e famosa del duce a cavallo che tiene alta la Spada dell’islam ricevuta nel marzo del ’37 nell’oasi libica di Burgara assieme al titolo di “protettore dell’islam”.
A parlare per primo di Italia come di “potenza islamica” era stato il colonnello degli alpini Gustavo Pesenti in un volume di memorie del 1932, “In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande guerra”, che rievocava gli anni passati al comando di un piccolo contingente italiano in Palestina tra il 1918 e il 1919. E a segnalare per primo l’importanza simbolica di quella definizione era stato Renzo De Felice in uno dei suoi libri meno noti e più densamente evocativi, uscito nel 1988 e intitolato “Il fascismo e l’oriente” (il Mulino).
Alla data di edizione delle memorie di Pesenti, l’Italia mussoliniana si era appena avviata a dare corpo e linea politica a quella che era stata una passione politico-romantica del giovane e rivoluzionario Mussolini: l’India di Tagore e poi di Gandhi (e poi ancora di Chandra Bose). Nella biblioteca del duce si trovavano testi sull’India; sul Popolo d’Italia del 4 settembre ’21, Mussolini aveva definito “semi dell’indipendenza indiana” la rivolta musulmana del Malabar; poi con D’Annunzio s’era intrattenuto epistolarmente su Gandhi “messia delle Indie” (definizione dell’“immaginifico” del febbraio ’24); un Gandhi che in “India” di Mario Appelius (1925) diventava, con Lenin e Mussolini, membro d’una trinità rivoluzionaria.
Non sorprende dunque l’invito a Roma rivolto a Tagore, nel maggio-giugno del ’26 e nemmeno, nell’occasione, la presenza di Mussolini a una conferenza di Tagore all’università. Analogo l’atteggiamento amichevole verso i leader indipendentisti indiani; a fungere inizialmente da trait d’union con l’Italia di Mussolini era stato Mohammed Iqbal Shedai, musulmano del Punjab, militante del partito indipendentista (Hindustan Ghadar Party), rifugiato prima a Kabul, poi a Mosca nel 1920, infine in giro fra Turchia, Francia e Italia, a tessere reti politiche di “assistenza” e a cercare contatti, nel corso dei quali poté incontrare Arnaldo Mussolini nella sede del Popolo d’Italia. Shedai poté allora presentare Nehru, mentre solo in occasione del viaggio in Europa di Gandhi, dopo il congresso di Lahore del 1930 (pronunciatosi per la piena indipendenza dall’Inghilterra), questi poté essere ufficialmente invitato a Roma, alla fine dell’anno successivo. Nasceva da qui l’immagine del Gandhi “fascista”: ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia il 12 dicembre ’31, poi dal segretario del partito, Starace, a Palazzo Vidoni.
Una linea politica ancora priva di articolazioni precise veniva con ciò progressivamente sviluppandosi. Il 6 settembre del ’30 era stata inaugurata a Bari, alla presenza del re, la Fiera del Levante: altro segnale che l’Italia, dopo la presenza culturale e religiosa in medio ed estremo oriente, rappresentata da missioni archeologiche e proselitismo cattolico fino in Cina, preparava un proprio progetto economico-commerciale più incisivo. Politicamente si poneva però un problema di armonizzazione tra spinte ideologiche e culturali che tendevano a stringere comunque e sempre più i contatti con partiti e movimenti nazionalisti e anticolonialisti del medio ed estremo oriente, di un ministero degli Esteri titubante, timoroso di fughe in avanti e dunque di reazioni franco-britanniche in quei primi anni Trenta che vedevano l’Italia ancora saldamente ancorata all’occidente e timorosa della rinascita politico-militare tedesca.
Fu allora che da un’intuizione del filosofo Giovanni Gentile e dall’esperienza diplomatica di un suo amico, Pompeo Aloisi de Larderel, capogabinetto del ministero degli Esteri (allora a Palazzo Chigi) nacque l’Istituto per il medio ed estremo oriente (Ismeo). Un istituto che, tra il luglio ’32 e il febbraio ’33, prospettò una straordinaria avventura politico-culturale. Il progetto, presentato a Mussolini e accolto, nasceva dalla constatazione di una tendenza geopolitica e spirituale di avvicinamento tra Europa e Asia, frutto di un’unica e antica civiltà. A quell’avvicinamento ora si opponeva il rifiuto nazionalista asiatico del modello di “civiltà occidentale”, imposto con la forza da Francia e Gran Bretagna, che dunque si trovavano tagliate fuori da questo processo. Non diversamente dalla Germania che, “con le sue idee di razza, perde un’occasione che poteva essere molto favorevole per essa e crea contro di sé fortissime prevenzioni”.
A fungere da “ponte culturale” non c’era dunque che l’Italia, con il portato storico della sua tradizione: “L’idea di Roma imperiale, di Roma cattolica, e di tutto il pensiero italiano, dalla scolastica alla rinascenza, sino a Mazzini e al Fascismo”, sempre “estranea e opposta” a ogni manifestazione storica di razzismo. Alla seduta inaugurale dell’Ismeo, tenuta al teatro Brancaccio di Roma il 21 dicembre del 1933, con la presentazione del volume del geografo Filippo De Filippi sui “Viaggiatori italiani in Asia”, Gentile rese pubblico il programma dell’istituto: scambi culturali ed economici con l’oriente, nel ricordo della missione universale di Roma che “non ebbe mai un’idea che fosse esclusiva e negatrice […]. Essa accolse sempre e fuse nel suo seno, idee e forze, costumi e popoli […]. Sono i popoli piccoli e di scarse risorse – chiosava – quelli che si chiudono gelosamente in se stessi in un nazionalismo schivo e sterile”. Parole pronunciate pochi mesi dopo l’avvento al potere di Hitler e dunque inequivocabili. Una settimana dopo, l’altro grande leader indipendentista indiano, Subhas Chandra Bose, veniva ricevuto dal segretario del Partito fascista, Starace, e il 6 gennaio del ’34 personalmente da Benito Mussolini.
Sul versante mediorientale, in quegli stessi mesi si erano stretti contatti con alcuni dei massimi leader del nazionalismo arabo, da Shekib Arslan e Ihsan al Jabri, direttori del diffuso quotidiano mediorientale Nation Arabe, allo stesso Gran Muftì di Gerusalemme, Hai Amin el Husayni. Contatti che, nati sul piano ideologico-culturale, ora si articolavano in azione politica. Mentre Carlo Formichi e il leggendario esploratore e orientalista Giuseppe Tucci importavano in Italia, con le loro straordinarie avventure archeologiche, la cultura indiana, tibetana, nepalese (è da poco uscito un ponderoso saggio in due volumi di Enrica Garzilli, “L’esploratore del duce”, edito da Memori/Asiatica Association e dedicato a Tucci e alla sua ininterrotta azione politico-culturale nell’Italia fascista e post fascista), e l’Accademia d’Italia ne sosteneva le imprese, altri finanziamenti venivano destinati a rafforzare una presenza italiana accolta con grande favore.
A maggio del ’34 iniziavano le trasmissioni in lingua araba da Radio Bari (che avrebbe visto tra i suoi collaboratori il futuro padre dell’indipendenza tunisina, Habib Bourguiba); veniva potenziato l’Istituto orientale di Napoli fino a determinare preoccupazioni vaticane per lo zelo con cui il suo commissario, Bernardo Barbiellini Amidei (vicino alla conversione all’islam) ne stava facendo un ente “a sostegno della tradizione e quindi anche della religione islamica”; nasceva l’Agenzia per l’Egitto e l’oriente, con sede al Cairo e corrispondenti nelle principali città mediorientali.
Tutto questo accadeva mantenendo l’equilibrio politico con la componente ebraica e sionista (comunque antibritannica) di Palestina. L’Italia acquisiva allora non solo gli elogi arabi per la politica musulmana in Eritrea, ma anche per la “relativizzazione” della sua presenza in Libia (meno dura dell’occupazione britannica in Palestina o francese in Algeria), e perfino dell’impresa d’Etiopia: prima della conquista italiana i musulmani vi erano trattati male assai. Frattanto, il Gran Muftì, proclamata la propria fiducia in Mussolini e nei relativi progetti di unità palestinese, gli chiedeva soldi e armi che in buona parte otteneva (venendo però frenato nei suoi progetti più radicali), ormai nell’ambito di un’attività di sistema che impensierì notevolmente gli inglesi, a mano a mano che, tra continue rivolte panarabe, ci si avvicinava alla guerra, e alle dichiarazioni italiane filo-arabe rispondevano gli entusiasmi bellici filoitaliani dei nazionalisti palestinesi, siriani e iracheni. Non si è riflettuto abbastanza sulla pericolosità, agli occhi britannici, della strategia italiana (assai più di quella tedesca), volta a giocare la carta mediorientale dove poteva contare sul sostegno di tutte le popolazioni arabe. Ciononostante, all’inizio della guerra, nel giugno del 1940, questa importante carta politico-militare non solo non venne giocata, ma venne come d’incanto depotenziata. E’ uno dei tasselli che progressivamente vengono a comporre un quadro d’insieme dell’intervento in guerra italiano decisamente sorprendente. Lo stesso premier inglese Winston Churchill, che notoriamente sottostimava gli italiani, di fronte all’indipendentismo iracheno (cui l’Italia dette manforte militare nella primavera del ’41), e ben più nel pieno della controffensiva italo-tedesca in Africa, fu costretto a scrivere a Roosevelt – il 3 maggio ’41 – esortandolo all’intervento, dato l’imminente pericolo di perdere l’Egitto e l’intero medio oriente. Un rischio, stornato solo a El Alamein, che avrebbe determinato una pervicace volontà punitiva contro l’Italia (coincidente, dopo la fine del conflitto, con la nuova guerra, non dichiarata, per il petrolio mediorientale).
Una volontà punitiva che si comprese subito dalla durezza con cui vennero internati e trattati i civili italiani in Egitto, e dalla umiliazione inferta col non rispondere agli interventi della diplomazia italiana del governo Bonomi (cobelligerante) per alleviare le sofferenze di quegli sventurati connazionali. In “Diplomazia italiana e i paesi arabi dell’oriente mediterraneo. 1946-1952” (Franco Angeli), lo storico delle Relazioni internazionali Matteo Pizzigallo ha ricostruito la rinascita dell’attività diplomatica italiana in medio oriente. Un’attività impacciata, cauta, condotta fra continui ostacoli. Esemplare fu il rifiuto inglese a far riprendere i contatti diplomatici italiani con Siria ed Egitto ancora dopo la fine della guerra, mentre in Val Padana già le autorità anglo-americane manovravano per impedire il controllo della politica petrolifera al nuovo governo italiano, e chiedevano l’epurazione dell’ingegner Carlo Zanmatti, a capo dell’Agip nella Repubblica sociale italiana, destinato a diventare il braccio destro di Enrico Mattei, il quale lo definì “amico fedele, collaboratore prezioso nella grande battaglia combattuta per l’indipendenza economica del popolo italiano”.
Dopo il trattato di pace firmato dall’Italia a Parigi il 10 febbraio del 1947, il patrimonio ideologico-culturale italiano in medio oriente tornò ad avere un rilievo politico, ereditato e gestito dalla nuova classe politica democristiana. E come in un gioco di specchi con l’attività italiana dei primi anni Trenta, ai timori e alla volontà del ministero degli Esteri di non determinare tensioni con gli occidentali – piuttosto subirne ancora diktat e umiliazioni ma non agire in piena sovranità – si oppone l’autonomia dell’Eni di Mattei e una rete culturale italo-araba (volta anche al sub continente indiano, grazie ad Andreotti che rimette in circolo e finanzia le attività di Giuseppe Tucci dopo i primi rigori di un’ipocrita epurazione). E’ una rete formalmente ribattezzata ma con le stesse finalità: agire con maggiore libertà e spregiudicatezza.
La grande storia viene in soccorso dello “stellone”, in particolare con l’esito della prima guerra arabo-israeliana (nel corso della quale, il 7 giugno ’48, il ministro degli Esteri, Sforza, aveva tenuto a battesimo “l’equidistanza” italiana). Il nazionalismo ferito e la volontà di riscossa araba si scontrano con un ordine internazionale rigido, con un’Inghilterra ancora culturalmente distante dalla decolonizzazione e pertinace nel voler restare a presidiare Suez e il medio oriente sfidando tensioni e guerriglie. Il libro di Pizzigallo segue bene, in questo contesto, i rapporti commerciali italiani: traffici d’armi (e la Fiat ne è magna pars) che ridanno speranza di riscatto agli sconfitti, che ne alimentano la voglia di revanche, che irritano l’Inghilterra (storicamente destinata a perdere la rude partita della decolonizzazione e quindi ad abbandonare le antiche posizioni geopolitiche).
Da un altro lato, la pronuncia dell’Assemblea generale dell’Onu, il 18 maggio ’49, contro la permanenza italiana in Tripolitania, ci consente di rifarci una verginità coloniale. Il quinto governo De Gasperi, due settimane dopo, ne approfitta per dichiarare il proprio appoggio diplomatico alle aspirazioni delle popolazioni all’autogoverno. E sì che appena dal 4 aprile eravamo stati accolti nella Nato (malgrado le perplessità espresse il 14 novembre ’48 a Pesaro da Giovanni Gronchi, democristiano presidente della Camera, destinate a pesare sul tasso di fiducia internazionale dell’Italia).
Segno inequivocabile di questa rinnovata proiezione italiana in medio oriente, sempre sostanzialmente filoaraba, è la nomina del nuovo ambasciatore italiano al Cairo. Dal 27 giugno del ’50 vi è destinato l’artefice della ristrutturazione del ministero degli Esteri e della rinascita della diplomazia italiana del Dopoguerra: Renato Prunas. Con il suo curriculum avrebbe potuto andare a Washington, a Mosca, a Londra… No, al Cairo. E alla sua improvvisa morte, nel dicembre ’51, sarà sostituito da un altro diplomatico di prestigio, Pasquale Iannelli.
A seguire la nuova politica italiana che, dal Cairo, si irradierà per tutto il medio oriente in anni continui di crisi e di guerre, è una ricerca di Federica Onelli, “L’alba del neoatlantismo. La politica egiziana dell’Italia. 1951-1956” (di prossima pubblicazione, a marzo, per Franco Angeli) che si avvale di fonti archivistiche appena desecretate. L’Italia sconta ancora gli esiti della sconfitta e dell’opposizione britannica a farle avere qualsiasi ruolo in medio oriente, malgrado un’evoluzione internazionale preoccupante: dal colpo di stato comunista a Praga del ’48 a quello dei giovani ufficiali egiziani Naguib, Nasser e Sadat, che nel luglio ’52 rovesciano la monarchia. Con gli Stati Uniti, fermi nel delegare il controllo mediorientale a Inghilterra e Francia, l’Italia ha migliori rapporti. Già nel settembre ’51, a Washington, De Gasperi parla della crescente sfiducia araba nei confronti dell’occidente e insiste sulla necessità di un ponte culturale, di una mediazione.
Vanamente. La missione politico-militare al Cairo del ministro della Difesa italiana, Randolfo Pacciardi, nel febbraio ’52 (settimo governo De Gasperi), è criticata dall’ambasciatore a Londra Manlio Brosio. Il riarmo dell’Egitto – documenta la Onelli – vedrà scontrarsi industrie italiane e inglesi. A Londra, l’ambasciata italiana sarà chiamata a dare spiegazioni. Il giovane diplomatico Livio Theodoli, che riceve le accuse di scarsa solidarietà occidentale in un momento di crisi anglo-egiziana, ricorderà come lo stesso criterio fosse stato disatteso proprio dagli inglesi in occasione della tensione dei rapporti italo-yugoslavi; la discussione diviene accesa, i toni sempre meno diplomatici, ma l’esito è scontato. Una svolta si registra nel settembre ’54, quando il dicastero degli Esteri viene affidato al liberale Gaetano Martino (governi Scelba e poi Segni), assertore di un rigido atlantismo che lo porta a sostituire subito il segretario generale della Farnesina, Vittorio Zoppi, considerato troppo filoarabo, con Alberto Rossi Longhi. L’anno dopo, l’elezione alla presidenza della Repubblica di Giovanni Gronchi avrebbe determinato in compenso accuse di eterodossia Atlantica. I suoi interventi sempre più pesanti nella gestione della politica estera italiana favorirono lo spregiudicato dinamismo di Enrico Mattei, ma si scontrarono con le cautele degli alti diplomatici della Farnesina, timorosi di una doppia politica estera determinata dalle attività strategiche dell’Eni indipendenti dalla linea ufficiale Atlantica, con conseguenti reazioni e ritorsioni occidentali (come esplicitamente testimoniato dall’ambasciatore Egidio Ortona, in “Anni d’America”, il Mulino).
Ecco che l’ombra lunga di Mattei e della sua tragica fine si profilano in tutt’altra proiezione rispetto a quella comunemente accreditata: non il conto presentato dalle compagnie petrolifere occidentali, cui aveva fatto una guerra senza quartiere, forte del peso di un’Italia decolonizzatrice in nord Africa e in medio oriente. E neanche quello presentato dalla Francia a saldo dei rifornimenti d’armi al Fronte di liberazione algerino. L’assassinio di Mattei (all’incidente non crede più nessuno) è correlato alla crisi di Cuba, e investe un’intera classe politica democristiana (corrotta anche da Mattei), incapace di far fronte a responsabilità diverse da quelle del cortile condominiale. Nico Perrone (già collaboratore di Mattei, su cui scrisse un volume di forte evocazione: “Mattei il nemico italiano”, Leonardo), ha ricordato una concatenazione di ipotesi non prive di un approccio documentario ottenuto (in base alla Freedom of Information Act) da fonti americane desecretate nell’occasione: all’attacco degli Stati Uniti alle basi missilistiche sovietiche a Cuba, l’Urss avrebbe prevedibilmente risposto con un analogo attacco alle installazioni americane in Turchia (confinante con l’Urss), determinando così l’attivazione del dispositivo politico-militare della Nato.
L’Italia allora – ci si chiedeva a Washington – da che parte sarebbe stata? Occidentale, terzomondista, neutralista, “equidistante”… Chi ne guidava la politica estera? La Farnesina o l’Eni di Mattei?