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 2013  marzo 02 Sabato calendario

GLI ABISSI DI EMILY DICKINSON

L’abisso non ha biografi”: è una delle frasi celebri di Emily Dickinson e avrebbe dovuto mettere in guardia non solo i biografi direttamente avvertiti, ma tutti i cultori, tantissimi, che dopo la morte della poetessa, avvenuta il 15 maggio 1886 all’età di cinquantasei anni, cominciarono a coltivarne e diffondere la leggenda. Leggenda che la voleva schiva per un’incurabile ferita sentimentale, reclusa in casa per autodeterminazione sprezzante rispetto al minaccioso mondo esterno, sempre vestita romanticamente di bianco ad affermare una purezza scelta o subita, chissà. Ma come avrebbe fatto una creatura così distaccata e prigioniera di se stessa ad alimentare un’opera fra le più dirompenti, passionali, temerarie, innovative apparse sulla terra? “Emily Dickinson era beffarda, spietata, ironica”: così la descrive la sua più sensibile traduttrice italiana, e poeta, Silvia Bre. “Spirituale sì, ma per niente religiosa. La lente del romanticismo per capirla è impropria. Lei si è costruita intorno a un vuoto, non appoggia su nulla”.
Abisso, vuoto. Le due parole chiave sostengono in un fluttuare instabile questa poesia brusca, perentoria e sfuggente, che si nasconde dietro capriole di senso e indovinelli e che affronta faccia a faccia “la colossale sostanza dell’immortalità”. Le simpatetiche traduzioni di Bre, sorvegliatissime, vicine all’originale senza cedere a tentazioni interpretative oltre il necessario, si sono fin qui organizzate in un piccolo libro einaudiano, “Centoquattro poesie”, uscito nel 2011, ora proposte in audiolibro da Emons attraverso la limpida voce di Giovanna Mezzogiorno, che riesce (quasi sempre) a essere secca e spezzata come questi versi richiedono. E’ in preparazione, sempre da Einaudi, una seconda raccolta di altre duecento poesie (in tutto il corpus dickinsoniano è di circa 1.800 testi in versi, oltre mille lettere, parecchi frammenti sparsi, e mettiamoci pure un erbario), a cui Bre lavora da parecchio tempo. Speriamo che il nuovo libro sia pronto entro l’autunno. Intanto un anticipo della poesia 1383: “Lunghi anni lontano – non fanno / uno strappo che un attimo non colmi – / l’assenza del mago non / annulla il sortilegio – // Le braci di mille anni / scovate dalla mano / che le accudiva quando erano fuoco / torneranno vive e capiranno”.
Il mago Emily Dickinson ci manca da un secolo e un trentennio, ma sicuramente il suo sortilegio è sempre attivo come le sue profezie. Molti passi sono stati fatti – e proprio da quei biografi che l’enigmatica eterna fanciulla scoraggiava – per dipanarne i misteri, per rispondere ai suoi silenzi, depistaggi, sconcertanti affermazioni. Compare adesso da Fazi la fondamentale biografia di Lyndall Gordon “Come un fucile carico”, che purtroppo i due anni di ritardo sull’originale non sono bastati a rendere accurata nella traduzione e nella revisione editoriale. Ma ci contentiamo per la quantità di clamorose notizie che aggiunge non solo alla vita di Emily, ma alla faida famigliare scatenatasi intorno e dopo di lei e che ha fatto della proprietà dei suoi manoscritti materia del contendere di un odio irredimibile fra eredi veri e presunti. Quanto la vita della poetessa è stata povera d’avvenimenti, tanto romanzesca e complessa quella di amiche e cognate, fratello e sorella, nipoti che si sono vicendevolmente aggrediti fino a sbocchi belligeranti in tribunale per appropriarsi dell’ombra di Emily e stabilire una verità sempre manchevole, per coprire scandali extraconiugali e la stessa attività sentimental-erotica del genio di casa.
La biancovestita di Amherst, Massachusetts (cento chilometri da Boston, il doppio da New York) non fu poi quella mammola malaticcia e ferita nell’orgoglio amoroso, tutta dedita alla cura della sua serra, alla preparazione del pane e alla scrittura di versi prodigiosi insieme a lettere molto oblique, che i primi curatori ci hanno trasmesso col contagocce insieme all’inspiegabile grandezza di un talento un po’ troppo “naturale” per essere del tutto credibile. Anni e anni a spaccarsi la testa sui segreti nascosti dietro a certe brucianti espressioni (“Di’ tutta la verità, ma dilla sbieca”) che solo ad avere fette di mortadella sugli occhi potevano essere prese per realistici quadretti di vita domestica (“Mi lego il cappello – ripiego lo scialle…”, “Ape! Ti aspetto!”) visto che v’irrompe in continuazione il vento gelido della morte, dell’infinità, dell’assoluto (“La vita è solo vita!”. “La forza è solo pena”. “C’è un senso di finito / che si prova alle tombe – / un ozio del futuro – / un deserto di forme”).
E ora arriva, con questa biografia, una spiegazione semplice e convincente suffragata da ipotesi stringenti e qualche straccio di prova. Lyndall Gordon, che essendo nata a Città del Capo, in Sudafrica, ha quella distanza irriverente mancata agli americani per far luce sul loro mitico personaggio, sostiene che all’origine del ritiro claustrale di Emily Dickinson nella propria stanza con qualche incursione in cucina e nel giardino per oltre metà della sua vita – ovvero la parte pienamente adulta – c’era una malattia considerata ai tempi vergognosa, soprattutto per una donna: l’epilessia, sia pure nella sua forma più lieve di “piccolo male”. Il che vuol dire che la dolce Emily (ma anche questo è un aggettivo da rivedere), quando era attraversata dagli attacchi, non scalciava e non sbavava, però incorreva in improvvisi mancamenti, assenze di sé da se stessa, che sarebbero stati imbarazzanti in pubblico, anzi disdicevoli perché la società puritana del New England – e non solo quella, naturalmente – li mettava in relazione con la follia e con inclinazioni sessuali sconvenienti. Ecco così che si viene a capo anche di tante “esplosioni” vulcaniche della lingua e del pensiero della poetessa, del suo fraseggio rotto da quelle lineette che generazioni di esegeti hanno cercato di spiegare in modi bizzarri, quando non di sopprimere. Per quanto riguarda gli abiti bianchi: niente di leggendario e romantico, solo un’altra conseguenza dell’epilessia che peggiorava in condizioni di polvere e sporcizia; cosa di meglio di un vestito bianco per tenersi sempre perfettamente puliti e cogliere immediatamente il pericoloso disegno di una macchia? E’ probabile che, a un certo punto, Emily si servisse della sua non meglio identificata “malattia” per evitare persone che circolavano in casa e che non intendeva incontrare (“L’anima seleziona la sua corte – / poi – chiude la porta”. Tanto: “Non sarai mai prigioniera – / finché ti abita – / la libertà – in persona”). Ma per spiegare quest’altro capitolo della vicenda, la sua leggendaria autoreclusione in una stanza, occorre raccontare qualcosa sugli intrighi che si mossero fra le due case, teatro dell’esistenza ritirata di Emily contrapposta alla turbolenza della sua famiglia.
Ricordiamo innanzitutto che ci troviamo, almeno fino al 1865, negli anni di Abraham Lincoln, della fine della schiavitù e di una sanguinosa guerra di secessione da cui il fratello di Emily, Austin, di un anno e mezzo maggiore di lei, si salva perché corrompe con cinquecento dollari un irlandese perché lo sostituisca nel servizio militare. Questo fratello, amatissimo dalla poetessa come dall’altra sorella più giovane, Lavinia, detta Vinnie, è la chiave della tragedia famigliare che a un certo punto pervade la tranquilla vita di provincia dei Dickinson. E se Emily non è molto attenta alla Storia con la esse maiuscola, sarà però permeabilissima alla commedia erotica che si agiterà, sempre grazie al fratellone fedifrago, fra le pareti domestiche.
Due case, dunque, nella piccola città di Amherst, dove Emily nacque il 10 dicembre del 1830 da una famiglia di avvocati, rispettata e benestante, ma non ricca. Uno dei due edifici – oggi museo Emily Dickinson – è chiamato Homestead, dove la poetessa trascorse l’esistenza, prima con i genitori, poi solo con Vinnie. Al di là di un vasto alberato parco il padre aveva fatto costruire per il figlio Austin, che sposava la ricca e dapprima recalcitrante Susan Gilbert (la Sue, destinataria di tante lettere di Emily, sua intima amica) un’altra grande dimora, Evergreens, dove sarebbero nati i tre nipoti: Ned, Mattie e Gib.
Capelli rossi raccolti dentro una reticella nera, lentiggini, una bellezza contenuta e austera, così è Emily Dickinson a trent’anni, nel 1860, quando ha già letto Henry James e Hawthorne, Emily e Charlotte Bronte, e i poeti che contano di qua e di là dell’oceano. Ha anche già messo insieme seicento poesie sue. Comincia a catalogarle dentro quadernetti cuciti a mano. Si entusiasma per le idee del filosofo Ralph Waldo Emerson. Scrive: “Io sono viva, credo”. Sì, è viva e appassionata, intelligente e ruvida. Uccide senza una smorfia, affogandoli in un catino con le sue stesse mani i micetti di troppo che sforna la gatta di casa. E’ affezionatissima al cane Carlo che resterà sedici anni con lei e che entra nel suo poetare. E’ sarcastica e attenta: quasi nessuno si salva dalle sue battute pungenti. E’ sconquassata da travolgimenti sentimentali per alcune compagne di scuola (ma quasi nessuna regge alla sua passionalità, si ritraggono appena uscite dai banchi per affrontare una vita regolare di mogli e di madri e smettono di rispondere alle sue lettere ardite e inquietanti). Con uguale trasporto Emily sceglie corrispondenti maschi cui invia lettere, biglietti di San Valentino, poesie per saggiarne la sensibilità, sono giornalisti o avvocati che conosce presso lo studio del padre, sono sposati, ma non importa. A lei basta accendere la fiamma, non vuole per sé il destino delle altre donne. A ferirla non è la difficoltà degli amori, la reticenza dell’altro, il broncio di una rivale. A distruggerla è l’agguato costante della morte, la presenza/assenza di Dio, l’Eternità e la Gloria che bisogna meritarsi. Ma se in questi flirt lei non va, per adesso, al di là delle fantasie o di qualche bacio rubato nel buio del giardino, c’è un’altra donna, spregiudicata bellissima ambiziosa, che arriva ad Amherst nel 1881 e porta scompiglio, Mabel Loomis Todd. Austin e suo figlio Ned se ne innamorano perdutamente. E’ moglie dell’eccentrico, perverso professore di astronomia David Peck Todd, inguaribile dongiovanni che tollera, e anzi è eccitato dall’amore travolgente in cui vengono trascinati, incuranti di tutto e di tutti, Mabel e il suo amico Austin. Fino a provocare, e guidare probabilmente, sessioni à trois che Mabel e Austin da soli non sarebbero stati capaci di immaginare.
Teatro degli amori clandestini (clandestini, poi, non tanto, visto che Susan, legittima consorte, diventa subito una furia e giura eterno odio all’ex amica rivale) è la Homestead, sede della poetessa che dai gradini di casa dove le piaceva tanto stare a spettegolare con sorella e cognata, si ritira in camera, e abbandona al fratello, fuggiasco per qualche ora da Evergreens, e a Mabel il piano di sotto, evitando di incrociarli stesi sul divano del salotto fra le braccia uno dell’altra. Emily e Vinnie dipendono economicamente da Austin, non possono permettersi una levata di scudi in favore di Sue e del povero Ned, geloso del padre e preoccupato per la madre, che pagherà lo stress con una morte precoce. Emily non è una puritana, è abbastanza attratta in prima persona dal mare tempestoso della sessualità per scandalizzarsi. Mabel, che è invaghita dalla sua leggenda, affascinata dalla grandezza della sua poesia – ed è praticamente la sola a capirla – farà di tutto per conquistarla: le invia i suoi fiori preferiti, le suona dal piano di sotto musiche che ama al pianoforte, canta per lei con la sua voce ammirevolmente intonata. Emily non cede: non si farà mai vedere in carne e ossa. Il privilegio è stato riservato a Sue; ma non disprezza la donna che ha reso felice suo fratello. Semplicemente ne diffida. Le invia lettere a doppio taglio, qualche poesia. E quando gli amanti clandestini cominceranno a incontrarsi altrove e il salotto tornerà libero sarà lei, cinquantaquattrenne, innamorata di un ben più anziano (e sposatissimo) giudice Otis Lord, coetaneo di suo padre, ad abbandonarsi ad amplessi davanti al camino che scandalizzano la cameriera. Incredibile, sorprendente Emily capace di scrivere al suo giudice cose così: “Questa sera mi sento di perdere la mia Guancia nella tua Mano”, “La Notte è il mio Giorno favorito”, “Tu hai detto che la Speranza è molto di più che la Casa – io ho sempre pensato che la Speranza fosse la Casa – un equivoco dell’Architettura”.
Poi tutto precipita. Morte morte morte. Nell’83 muore il nipotino Gilbert, il figlio di otto anni di Austin. L’anno dopo il giudice Lord. L’anno dopo ancora Helen Hunt, una popolare scrittrice fra i pochissimi a conoscere i versi di Emily e a tentarne (inutilmente) la pubblicazione. Emily si spegne nell’86, in maggio, per una nefrite.
E a questo punto siamo solo a metà di “Come un fucile carico”. Può una biografia continuare per un secolo e oltre dopo che il biografato ha chiuso gli occhi? Se ci si pensa è ciò che vorremmo per tutti: sapere la storia degli eredi fino all’ultima generazione. Perché non sono facili certe eredità e il destino dell’erede di un grande può essere persino più interessante del personaggio illustre. Per Emily Dickinson in particolare. Susan Gilbert Dickinson e Mabel Loomis Todd si contrapposero subito, dopo la scomparsa del poeta, per la gestione dell’opera in gioco, per imporla e farla conoscere. Ma Sue non era un intellettuale e fece solo pasticci, Mabel si buttò nell’impresa con la forza della sua determinazione, del suo fascino, della sua finezza intellettuale. Non basta: ebbero una figlia ciascuna, rispettivamente Martha (Mattie) e Millicent dai difficili rapporti con madri – per motivi diversi – così impegnative. Soprattutto Millicent, all’oscuro per molti anni della relazione sessuale fra Mabel e Austin, che credeva un amico di famiglia, rimase impigliata nell’amore-odio per sua madre. Ognuna ereditò una parte del corpus di Emily e si adoperò per imporlo. Ognuna manipolò la realtà secondo i suoi interessi e quelli delle madri che volevano proteggere. Insomma una lunga storia, avvincente, tormentata, quasi incredibile.
Viene sporcata da tutto questo la figura di Emily Dickinson? Direi di no. Lei stessa non si tirò completamente fuori dalla faida famigliare, cominciata quando era in vita. Lei stessa fu una donna rigida, anche spietata a volte, beffarda sempre (“Penso di avere un cuore duro, di pietra, perché niente lo spezza”). Si racconta che a una signora anziana che cercava una casa, una volta, diede l’indirizzo del cimitero commentando alle sue spalle: “Per risparmiarle la fatica del trasloco”. Era questo tipo di persona. Una che, trentenne o giù di lì, tenne a lungo sulla corda un innamorato, Samuel Bowles, direttore dello Springfield Republican, che le aveva pubblicato qualche poesia senza capirla minimamente. Estenuato dagli inviti e poi dai rifiuti di vederlo, un giorno il giornalista, arrivato inutilmente alla Homestead, esplose: “Sono venuto da Springfield per vederti. Scendi subito dannata farabutta!”. La sfuriata dovette divertirla, perché cambiò umore e scese le fatidiche scale dalla sua stanza-prigione al piano di sotto. Chiacchierò con lui animatamente e poi gli scrisse una lettera, firmandosi: La tua farabutta.
In una nota a piè di pagina spiegò di aver “lavato l’Aggettivo”. E’ dalle parole che si giudica uno scrittore.