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 2013  marzo 02 Sabato calendario

UNA STORIA INFEDELE

[Il ritorno di una donna che inquieta, il romanzo difficile da finire,
l’amico e il maestro. Gli “Atti mancati” di Matteo Marchesini]–
Ho ancora nelle orecchie la domanda di Lucia: brusca, e al tempo stesso insinuante. Sì, il romanzo che ho iniziato “prima che ci lasciassimo” l’ho continuato. A singhiozzo, a strappi anzi. Ma alla fine ci torno sempre, come sempre lo abbandono con fastidio.
Negli ultimi anni non ho scritto poi così poco. Ma i pezzi rifiniti, quelli che coincidono esattamente col progetto che avevo in mente, sono anche i più chiusi, i più ingessati, i più sterili. Viceversa, i fuor d’opera sono brillanti, elettrici: ma non riesco a infilarli in una trama che vorrei somigliasse a una tagliola – un meccanismo secco, perfetto, scarno, che però non coincide con le mie esigenze espressive, e a cui pure non so rinunciare. E’ come se dovessi dimostrare a qualcuno di saper creare una storia tenuta in piedi da un’economia implacabile – come se dovessi provare oltre ogni ragionevole dubbio che i miei dubbi sulla forma-romanzo non dipendono da un qualche volgare ressentiment. Aveva ragione Bernardo, col suo Wille zur Macht: c’è in me ancora un’aspirazione pubblica che interferisce con l’ispirazione vera, leggibile in controluce tra le righe come un affresco semicancellato sotto una mano di biacca.
Chissà, forse è stato proprio in quel periodo tremendo in cui tutto è successo così in fretta – la morte di Ernesto, l’abbandono di Lucia – che ho cominciato a battere una falsa pista. Inventavo complicati plot zeppi di catastrofi immaginarie, ma non riuscivo a tradurre in prosa quelle che mi ferivano davvero biograficamente, e che mi apparivano come eventi informi almeno quanto dolorosi, come sciagure senza senso. Niente di ciò che mi accadeva si depositava più nella mia mente nella forma di esperienza reale. Così, scrivendo cercavo di creare circostanze e figure densamente emblematiche, ma poi mi fissavo su un dettaglio, e di lì iniziavo a levigare, a calligrafare, ossessionato da un’economia e da un classicismo a tal punto rigidi che, data la mia natura logorroica, finivano per somigliare molto a una gabbia autopunitiva. Ancora oggi mi sembra di non potermi concedere la minima sbracatura, sebbene come lettore sia fin troppo indulgente verso i monologhi saggistici appena travestiti da racconto. Da me, invece, pretendo l’agilità di un romanzo-apologo. Ma per scriverlo bisogna essere al di là dell’esperienza, non al di qua. Così ora, dopo mesi di stallo, mi ritrovo davanti decine di pagine che anziché la consistenza agile dell’apologo hanno quella grassa e porosa del Bildungsroman, ma al tempo stesso mancano della generosità picaresca che il genere richiede.
C’è in queste pagine la storia della mia famiglia, il passaggio dai nonni mezzadri ai padri piccolo-borghesi, con conseguente incomunicabilità tra generazioni e conseguenti velleità culturali. C’è il mito del progresso indefinito, della indefinita pace e dell’universalismo etico, tutta roba che ho bevuto col latte senza rendermi conto delle implicazioni; e c’è l’opulenta Emilia rossa che si sfalda insieme a questo mito come un piccolo impero asburgico. C’è, infine, il protagonista-nipote che cresce mentre i suoi vecchi, superstiti di un mondo arcaico già invaso dal kitsch, iniziano ad agonizzare. E il tutto, sia chiaro, senza indulgere mai a quello che con Ernesto chiamavamo “lo storicismo della camera da letto”, cioè il trucco tipico dei libri presentati di solito come “il nuovo grande affresco del cuore cupo del Belpaese”, dove i protagonisti finiscono a letto mentre nella strada accanto viene arrestato in un cesso Mario Chiesa, o si danno appuntamento alla stazione di Bologna il 2 agosto dell’80, o si lasciano mentre Guazzaloca espugna la capitale degli ex comunisti, o s’innamorano di un criptoterrorista incontrato su un treno regionale proprio la sera che Biagi cade in via Valdonica.
Ma forse, per paura dello storicismo da alcova, ero stato troppo severo: forse, penso adesso, mi sto negando una faciloneria che è inestirpabile dalle fantasticherie romanzesche. E d’altra parte, anche per raccontare una storia escludendo qualunque lenocinio narrativo, anzi lasciando che sia la sola crescita autonoma dei personaggi a diventare socialmente emblematica e a illuminare dall’interno una situazione storica, bisogna prima aver trovato il bandolo delle proprie esperienze più intime: quelle esperienze a cui da troppo tempo non credo, che da troppo tempo ho tenuto fuori dalla porta, e che anche quando riescono a forzarla mi sembrano ogni volta più irreali.
Rileggo alcune pagine del file e lo vedo: sono belle, appena troppo virtuose eppure belle. Ma è la sensazione che i fatti e i sentimenti scelti siano intercambiabili a darmi la nausea: insomma, la mancanza di fede. Dovrei scrivere un romanzo su questa mancanza: ma sarebbe poi un romanzo?
Tiro giù da uno scaffale un libro di Chiaromonte, lo sfoglio, lo lascio cadere. Già, la fede. Come ha detto Lucia? “Una seduta spiritica”. Il Grande Romanzo. Il Grande Bracchetto.
Con Ernesto e Lucia ci siamo conosciuti proprio a un corso sul romanzo, o meglio sul Romanzo Mancante nella nostra letteratura nazionale: una delle ultime performance di Pagi prima delle dimissioni. Era il periodo in cui Lucia non aveva ancora deciso di trasferirsi a Scienze politiche, e in cui viceversa Ernesto, da Scienze politiche, stava pensando di venire a Lettere. Lo aveva attratto il titolo del corso, dove si parlava anche di “identità nazionale” (vecchio cavallo di battaglia di Bernardo), quindi era stato progressivamente sedotto dalle lezioni. Una seduzione pacata: sia per il seduttore che per il sedotto, che avevano in comune la già citata sobrietà. Ma quella di Bernardo è una sobrietà magnetica, dietro cui senti sempre l’accurata selezione dei termini, la consapevole rinuncia al discorso esauriente, l’amor fati: una specie di segreto tao critico. In Ernesto invece la sobrietà era il frutto naturale di un’aristocrazia della ricchezza e della bellezza. Qui il segno meno, il segno dell’inazione, riguardava tutto ciò che non aveva dovuto conquistarsi con le unghie, tutta la cultura respirata in famiglia e dunque mai presa troppo sul serio, tutto il tempo che non aveva mai avuto l’ansia di capitalizzare culturalmente minuto per minuto con la mia furia piccolo-borghese.
Ernesto, o della normalità. La normalità altoborghese di Bologna, intendo. Una normalità fatta dell’assoluta assenza di ossessioni, cioè dell’assenza del mio pane quotidiano. Nessun dettaglio dell’esistenza s’ingigantiva mai davanti a Ernesto Mengoli fino a oscurare il resto del mondo. Sapeva fare tutto discretamente, senza strafare mai: dal calcetto alla politica universitaria, dal naturismo ai cultural studies, non c’era niente che non evidenziasse la sua disinvolta medietà – una medietà che la sua figura, il suo retroterra, il suo modo di muoversi, collocavano appena un gradino, decisivo, sopra l’aurea mediocritas. Si può essere insieme tiepidi ed entusiasti? Se sì, Ernesto lo era. La categoria che guidava i suoi continui, educati innamoramenti per cose o persone era quella dell’“interessante”; ma l’eleganza con cui la declinava, con cui indossava l’eredità di una famiglia di intellettuali impegnati e di amministratori comunisti, inibiva invariabilmente nell’interlocutore, almeno nei vis-à-vis, la sana ironia da Ecce Bombo che avrebbe meritato. Quando l’ho conosciuto, con questi criteri, e con quello che si potrebbe definire uno scoutismo passivo, attirava attorno a sé una piccola corte di aspiranti cineasti, futuri assessori, attori col birignao da teatro di parola, stiliste fricchettone, musicisti di rock demenziale, contessine da gossip, e perfino allenatori di calcio. Era la Bologna dei “regaz”, del caffè Zanarini detto Zanaro, e un po’ anche di Enrico Brizzi – ma depurata dai suoi aspetti troppo fighetti o tamarri. Ciò che in questo gruppo colpiva subito, quasi come un carattere darwiniano, era la uniforme bellezza di ragazzi e ragazze. Tutta gente che poi reincontravo nei posti più disparati, e che scoprivo sempre collegata con fili sottili ma solidissimi alle altre mie conoscenze bolognesi glamour, per perfezione estetica, per censo, o per abile utilizzo sociale di un talento anche solo presunto. A un certo punto, seguendo quei fili, ti trovavi sempre di fronte alle stesse venti-trenta persone; e ti veniva da chiederti cosa mai combinassero e dove mai si nascondessero gli altri trecentosettantanovemilanovecentosettanta abitanti di Bologna.
In ogni caso, Ernesto fu a tal punto sedotto dalle lezioni di Bernardo, che poi scelse una tesi a cavallo tra politica, antropologia e letteratura. Eppure non cercò quasi mai un contatto diretto col suo seduttore: qualcosa lo inibiva. Forse ero io, cioè il mio rapporto con Pagi. O forse, semplicemente, non ne sentiva il bisogno. Certo è che Bernardo, le poche volte in cui ci vedemmo tutti insieme, dimostrò invece una incoraggiante simpatia per Ernesto, non so quanto maliziosamente tesa a provocare il mio agonismo. Perché in mezzo, oltre al rapporto con lui, c’era Lucia.
In realtà, dire che stava in mezzo non è corretto. Dopo una breve fase in cui io ed Ernesto fummo un po’ i suoi Jules e Jim, e dopo un bacio scambiato con Ernesto durante un’escursione notturna intorno alla sua casa di montagna (la mia ex ragazza è una scout vera), con mio stupore Lucia mi scelse. D’altra parte, credo che Ernesto non avesse che mire assai blande su di lei. Tendeva a una delicata amicizia amorosa, come con molte altre amiche. Comunque sia, alla scelta di Lucia mi abituai presto: non temevo di perdere quella ragazza bellissima, forse perché allora ero tutto preso da altre preoccupazioni, e perché non sapevo ancora cosa fossero il dolore, la perdita, il puntiglio trasformato in idea fissa. E credo che questa distrazione o incoscienza, come accade, contribuisse a legarla a me. In più, giocava in Lucia una sorta di attrazione-repulsione per uno stato di presunta soggezione intellettuale: voleva subirla, e al tempo stesso distruggerla. Sì, credo di poter dire che Lucia mi ha ammirato, mi ha sedotto, mi ha spremuto, e poi, quando è stata ben sicura che neanch’io ero niente di speciale, mi ha lasciato. Perché questo, avrei dovuto capirlo subito, era il suo modo di fare esperienza del mondo. La sua intelligenza acutissima, ma sorvegliata e perfino castigata da una feroce regola di understatement inculcatale in famiglia, la induceva ad attaccarsi a tutto ciò che non le risultava subito classificabile, smontabile nei suoi banali elementi primi: ad appropriarsene con tenacia silenziosa, e quindi a svalutarlo, a riportarlo sotto la deadline dell’ironia – poco importa che si trattasse di amore, di macroeconomia o di cocaina.
Un anno dopo che ci siamo conosciuti, Lucia è passata a Scienze politiche. Ricordo la serenità imbarazzante con cui mi disse che conoscermi l’aveva aiutata a capire che non avrebbe potuto dare nessun contributo di rilievo alle patrie lettere; “e allora”, disse più o meno, “allora meglio fare qualcosa di vagamente utile”. “Non ho talento. Niente come leggerti me lo fa capire” mi comunicò con un sorriso. E credo mi abbia lasciato quando è stata finalmente sicura che quella che chiamava l’abnormità del mio talento sulla carta non era altro che il rovescio meccanico dell’abnormità del mio infantilismo, della mia noia infestante nella vita quotidiana.
Anche Lucia viene dalla Bologna di Ernesto. E’ una figheira, come diceva lei, del quartiere Costa-Saragozza. A quella Bologna apparteneva la sua ricerca continua e frenetica del Nuovo (appunto le situazioni e le persone che, dopo averle esplorate nei minimi dettagli, avrebbe definito “povera cosa” o “poverone” per passare soddisfatta ad altro); a quella Bologna apparteneva il suo gergo post paninaro, semigiovanilistico e semidialettale, contrappuntato dai “carico”, dai “bela lì” e dai “che più fatta cosa!”, un modo di dire “curioso!” vezzosamente preso a prestito dalle nonne; e a quella Bologna apparteneva anche la scelta di tic e gesti che andavano a comporre un galateo da finta gnorri (surtout pas de zèle: ecco cosa mi mancava, nella mia dostoevskiana furia) utilissimo da sfoderare quando qualcuno diventava involontariamente patetico. E qui soccorreva anche una mano aperta sul petto, in sincronia col termine “straziante” o con l’espressione “mi affatica un po’”. Dondolando la sua testa infantile da bambola sui vestiti a sacco che le disegnava un’amica d’infanzia (ne aveva uno anche stamattina), camminando con un passo quasi marziale (ma stamattina era stranamente insicuro), e trasformando una sostenutezza lessicale da prosa scritta in puntuto umorismo verbale (ma stamattina il suo linguaggio era meno identificabile, più arido), Lucia si era costruita un personaggio stilizzato impermeabile a qualunque sbavatura, coerente come un fumetto. Peanut – così la chiamavo infatti i primi tempi. Era il periodo in cui abitavo ancora nella stanza di via Begatto, che mi pagavo un po’ con l’aiuto dei miei e un po’ con un lavoro part-time da commesso di libreria alle Moline, sotto la vigilanza del grande Gregorio. Allora mio padre, al telefono o durante le nebbiose domeniche in provincia, tentava ancora d’intavolare prolisse discussioni veltronian-dossettiane, irritato dall’uso a suo dire solipsistico e immorale che facevo dei miei studi. Voleva ricondurmi al suo modello di volontariato politico (partito e podismo, Avis e protezione civile…), al retroterra di quel milieu cattocomunista-periferico che ha fin troppo rispetto per i professori e gli intellettuali, ma che apprezza i prodotti della cultura solo “fen a un zert pont”, superato il quale si commette peccato di onanismo. Mia madre, invece, avrebbe accettato senza batter ciglio che diventassi come i ragazzi di Nodo alla gola, purché mi “aprissi” un po’ di più quando arrivava trafelata sul treno regionale da Rubiera con una sporta piena di maglioni e parmigiano, quasi vivessi in una tendopoli.
Insomma, io non appartenevo alla Bologna di Ernesto, e neanche a quella di Lucia. E mi sembrava che dalla provincia reggiana al bar di Azio corressero ben più di cinquanta chilometri.
Per me, allora, le mie origini erano motivo di sottile vergogna e di contemporaneo orgoglio: e a quegli amici iperpetroniani, che partivano per Singapore o Toronto ma non conoscevano neanche i quartieri fuori via Saffi, parlavo della Bassa come di un mondo esotico. Era così che spesso cominciavano le nostre serate da Azio. Poi veniva l’interminabile parentesi critico-politica, e il sogno a occhi aperti dell’impossibile Romanzo. Ernesto mi ascoltava, ragionevole e ammirato, lasciando cadere qualche urbanissima considerazione di contorno, senza mai scucirsi troppo; e Lucia si dava il compito di riportarci coi piedi per terra, d’ironizzare con la sigaretta puntata sulla mia scomposta facondia. Tutto era ancora così, mentre attraversavamo la frastagliata linea d’ombra tra laurea, co.co.co. e dottorati, quando quella sera di marzo di cinque anni fa Ernesto andò a sbattere contro un palo con la sua Smart proprio poco prima di arrivare alla clinica dov’era e dov’è ancora ricoverato suo fratello Davide, morendo sul colpo.