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 2013  marzo 02 Sabato calendario

STRATEGIA DELLA MANTIDE [E

il romanzaccio di letto tra la “bella” Iacub e la “bestia” DSK fa litigare i giornali della rive gauche] –
Marcela Iacub è la scrittrice più infernale del momento. Ha scritto un racconto sulla sua folle passione per un “maiale”, e prima che il libro uscisse, intervistata in esclusiva dal Nouvel Observateur, ha spiattellato urbi et orbi che era una storia vera, che il maiale protagonista era Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore del Fondo monetario internazionale, candidato in pectore alla presidenza della Repubblica, arrestato su un aereo in partenza da New York con l’accusa di stupro lanciata da una cameriera del Sofitel e diventato un reietto, un paria, una mina vagante, un morto vivente. Il caso di Marcela Iacub è dunque avvincente come un caso surreale di cattiva letteratura, quanto mai rivelatore dei costumi contemporanei, della soglia di pudore e di violenza che riusciamo a tollerare. E’ un caso in cui la violazione della privacy congiura con la massima inciviltà dei sentimenti e i rapporti umani vengono minati alle radici dal tradimento, dall’infamia, dal mercimonio potenziale e possibile. Per questo da giorni è al centro di uno psicodramma collettivo, fra processi per direttissima, condanne in tribunale, accuse alla stampa, autocritica dei giornali e prese di posizione di scrittori e semplici redattori sulla libertà di espressione, sul marketing a oltranza di prodotti “trash” che nulla o poco hanno a che fare con la libertà di pensiero.
Marcela Iacub ha grandi occhi gialli da gatta, il trucco pesante delle señoritas argentinas amanti del tango e di certe sfrontatezze, usa un rimmel granuloso, e kajal insistente. Nelle sue ultime foto compare truccatissima, la testa fasciata in certi strani turbanti o nascosta da cloche tirate giù fino al collo. Chi ha letto “Belle et bête” il libro-scandalo pubblicato dalle Editions Stock e salutato dal Nouvel Obs come un evento letterario, quasi l’autrice fosse un novello Flaubert – “un libro vertiginoso che unisce l’esperienza intima alla riflessione teorica”, ha scritto Eric Aeschimann, “una favola nera che si aggiunge alla letteratura della bestialità, dalla ‘Metamorfosi’ di Kafka a ‘Truismes’ di Marie Darrieussecq”, ha spiegato Jérôme Garcin – giura di aver scoperto la ragione di tutti quei copricapi bizzarri di Marcela Iacub: non un taglio malriuscito dei capelli lisci, scuri e sottili, non un’improvvisa alopecia da stress, ma l’effetto indesiderato di un giochino erotico dell’amante maiale, iniziato con la lingua di lui infilata nell’orecchio di lei, “per liberare il ricordo dei piaceri passati”, e finito con la mutilazione del padiglione auricolare della signora, preso a morsi dall’amante maiale in un eccesso di libidine.
“E’ tutto vero”, ha confessato Marcela Iacub al Nouvel Observateur, “anche se alcune scene sono false sul piano fattuale, restano vere sul piano psichico, emotivo, intellettuale”, ha tenuto a precisare. La confessione aggiunge confusione alla confusione. Non si capisce bene il movente del libro, che del resto non risulta chiaro nemmeno all’autrice, per non parlare dell’attrazione irresistibile fondata sul disgusto: “Volevo descrivere un individuo singolare, ma forse volevo solo salvarlo, perché sono una santa che prende sempre la difesa dei reprobi, degli abietti. O forse, avevo bisogno di un mostro che diventasse lo strumento della mia distruzione, perché ero depressa e volevo morire”.
Nel libro si respira un’atmosfera delirante fatta di soggezione volontaria, dominazione compiaciuta, un gusto dilatato di registrare e spiattellare tutto, facendo passare lo sfogo per una prova di “autofiction”. Genere letterario molto in voga, da quando Christine Angot e Emmanuel Carrère l’hanno consacrato con notevole successo commerciale. La scena dell’orecchio, con slinguazzamento, morso e finale mutilazione, suggella dopo mesi di sporadiche frequentazioni l’ultimo incontro tra i due amanti infernali, con conseguente morte dell’amore. La scena è un delirio. Leggete qui: “All’improvviso, nel modo più inatteso del mondo, il porco si è risvegliato. Ero pazza di gioia. Non riuscivo a crederci. Volevo dirgli qualcosa ma lui non aveva nessuna intenzione di parlare. Aveva fame di me. Non ne poteva più di quella lunga separazione. ‘Poggia la testa sul bracciolo della poltrona. Dammi l’orecchio sinistro’, mi ha detto. Credevo che stesse per ripetere l’operazione di quell’altra domenica, estrarre dal mio cervello i ricordi del mio piacere. Trovavo la cosa strana. Ho pensato, ‘Si ripete, ma non è grave. Dev’essere ancora un po’ malato’. E’ a quel punto che è successo l’inverosimile. Appena ho poggiato la testa come mi aveva chiesto, mi ha strappato l’orecchio con un morso e se l’è mangiato. Mi ha strappato l’orecchio dalla testa come se fosse la margherita di un giardino che si strappa di straforo. E mentre io sanguinavo e piangevo, lui se la divorava rapidissimamente, come se avesse paura che gli riprendessi l’orecchio dalla bocca, per dividerlo con lui, per privarlo di una parte del festino. Subito dopo è caduto in un’estasi diversa da tutte quelle che avevo visto. Il suo sperma ora schizzava fuori dai pantaloni in un modo così impressionante, che persino i muri ne erano imbrattati. Lui stava per terra, la bocca piena di sangue, letteralmente inondato da quel liquido biancastro che non avevo mai visto sgorgargli fuori prima. Come se avesse tirato fuori da sé tutto lo sperma trattenuto per mesi e mesi durante i nostri primi incontri. E con una voce grave, mai sentita prima gridava: “Voglio anche l’altro, dammi l’altro orecchio da mangiare, dammi le tue palpebre, i tuoi occhi, voglio mangiarti tutta, troia schifosa che non sei altro”.
Giurista di formazione, editorialista di Libération, quotidiano della sinistra radicale fondato da Jean-Paul Sartre, Marcela Iacub è una militante estrema della “verità”. E’ un’esibizionista e una provocatrice di comprovata esperienza. “Il ricorso al fantastico”, ha precisato al Nouvel Obs nell’unica intervista che si è sentita di rilasciare per dare forza al suo libro, “mi ha permesso di raccontare episodi che sarebbe stato meschino o sordido riferire tali e quali”. E il suo editore, Jean-Marc Roberts, autore di bestseller in proprio, ha confermato di aver rifiutato una prima versione più anodina e banale e di aver spinto l’autrice a scriverne una nuova in cui l’uomo che l’aveva ispirata fosse riconoscibile: “Le livre devenait alors beaucoup plus fort”, ha spiegato l’editore. Marcela Iacub del resto ama la forza, e sa benissimo che “a volte per dire la verità bisogna mentire, e la verità è una cosa diversa dalla realtà”. E soprattutto è una temeraria, che ama esporsi, intervenire sui temi più scabrosi – sesso, violenza, stupri, vittimizzazione a oltranza – per combattere i luoghi comuni. Ex enfant prodige della buona borghesia argentina, ha sangue caliente: figlia di un avvocato e di una business woman, pronipote di un rabbino, iscritta all’ordine degli avvocati di Buenos Aires a soli 21 anni, cresciuta nell’incubo della dittatura militare, a 25 anni è sbarcata nella Ville Lumière in cerca di libertà e cinque anni dopo, forte di una tesi all’Ecole des hautes études en sciences sociales, è entrata come giurista in pianta stabile al Cnrs. Nonostante i molti anni a Parigi, resta una latino americana un po’ selvaggia e non poco ingenua, animata da violento desiderio di gloria, e arciconvinta che militare per “la verità” contro l’ipocrisia sia di per sé una virtù necessaria e sufficiente per assolvere alla missione di intellettuale e farsi un nome.
Piccola, minuta, sguardo vagamente funambolico, l’accento argentino indelebile, una lieve zeppolina corretta negli anni che attutisce il prognatismo segno di indole dispotica, Marcela Iacub si considera una pensatrice all’avanguardia, prima che un’artista e una scrittrice. E’ un’intellettuale post nietzschiana, una che mastica il verbo della decostruzione alla Derrida, e da anni cerca di accreditarsi come l’ultima Voltaire in gonnella, sempre disposta a lottare a mani nude contro il pregiudizio, in fatto di morale, di senso del pudore, di tradizioni e costumi consolidati. E’ una radicale estremista, convinta dell’urgenza di abbattere i pilastri del conformismo, anche a costo di essere politicamente scorrettissimi, “di mentire per dire la verità”, pur di liberare l’umanità dalla tirannia che l’opprime, pur di emanciparla dall’autoritarismo, dal paternalismo, dal sopruso che in una società apparentemente libera e tollerante assumono forme subdole, paradossali, invisibili a chi non sa vedere. Si considera una specie di illuminista ultracontemporanea anche se fuori tempo massimo, una “kamikaze della verità” (come lei stessa scrive di sé), persuasa com’è che la sua missione sociale sia la denuncia, l’indignazione, e che se proprio deve cedere a uno sforzo di comprensione, questo sia facilitato grandemente dall’odio e dall’amore. Una intellettuale carnale, insomma, per la quale la riflessione è innanzitutto emozione.
Fedele al suo anticonformismo a oltranza, Marcela Iacub è adusa difendere la libertà di prostituirsi (che per una donna, secondo lei, è molto meglio che andare a lavorare come commessa in un supermercato, ha spiegato in tv nel talk show di Thierry Ardisson, lo stesso che aveva raccolto le confessioni di Tristane Banon, altra presunta vittima di DSK con ambizioni letterarie). La iacub sostiene poi che un figlio è il peggior nemico della donna, dal momento che impedisce alle madre di realizzarsi sul lavoro. In compenso, è una paladina dei diritti degli animali, che dice di preferire agli uomini, e infatti da quando ha visto come riducono i maiali per fare i salami, è diventata subito vegetariana, e dopo essersi fatta fotografare per anni con un pappagallino in testa, adesso giura che l’unico amore della sua vita è Lola, la cagnetta che vive insieme con lei e che DSK, per inciso, dopo sette mesi di frequentazione nemmeno sapeva chi fosse. Poi ci sono le femministe che odiano gli uomini e pensano solo a vendicarsene, e demonizzano la sessualità perché odiano il sesso, e perciò esagerano a prendersela tanto con gli stupratori, e soprattutto con Dominique Strauss-Kahn, la prima vittima delle femministe arrabbiate, testimone secondo Marcela del disprezzo in cui la società contemporanea tiene il sesso e la sessualità, trascurandone la bestialità e la brutalità che invece ne sono gli ingrendienti fondamentali.
Il racconto del controverso amore tra la bella e la bestia, non è altro che una dimostrazione di questa tesi: DSK è rappresentato come un essere sdoppiato, mezzo uomo, razionale, prudente, calcolatore, abilissimo, e mezzo maiale, impetuoso, irrazionale, egoista, primitivo, pronto a qualsiasi cosa pur di soddisfare la sua fame di sesso e i suoi istinti bestiali. E naturalmente, per Marcela Iacub, il lato bello è quello del maiale, e i guai cominciano perché l’uomo non lascia spazio al maiale, non lo fa vivere come dovrebbe, perché odia il sesso, (anche lui) e ne ha paura.
Tra loro, come tra Paolo e Francesca, galeotto fu un libro: non questo, ma il penultimo. L’anno scorso, Marcela Iacub aveva pubblicato un saggio da Fayard, “Une société de violeurs?” (tradotto in Italia dalle edizioni Medusa), dove esponeva le sue tesi prendendo pubblicamente la difesa di DSK. Era convinta che il mancato presidente della Repubblica fosse vittima dell’ingiustizia, che il suo caso fosse servito alle femministe per demonizzare il sesso e allargare la nozione di stupro, limitando così i diritti della difesa.
La prima a ringraziarla fu l’allora moglie miliardaria di DSK, la giornalista Anne Sinclair, che invece adesso da questo nuovo libro esce a pezzi, come una invasata ambiziosa, una ricca signora viziata che voleva addomesticare il maiale per diventare la moglie del presidente della Repubblica, e contro la quale il maiale si è ribellato in extremis, grazie alla cameriera del Sofitel, sottraendosi giustappunto al suo guinzaglio. “Sono andata a trovarla. Non è un modo di fare molto leale”, ha confessato Marcela Iacub al Nouvel Obs, “ma avevo bisogno di capire la psicologia di DSK. Anne Sinclair è stata gentilissima, ma era convinta di appartenere alla casta dei master of the world. ‘Che male c’è a farsi succhiare da una cameriera’, mi ha detto…”. Poi è arrivata la lettera di DSK, poche e sentite parole, “un bel testo, semplice, preciso potente”, scrive ora nel libro. E da lì è nata la decisione di incontrarlo, di conoscere da vicino il mostro, il maiale, l’uomo più screditato del mondo, che fino a quel momento aveva solo immaginato.
Il primo incontro avviene in un bar. I due parlano e bevono. Un’ora dopo, DSK si presenta a casa di lei, non si sa come avesse ottenuto l’indirizzo, e le salta addosso. Era il 30 gennaio, un lunedì, apprendiamo dalla lettura del romanzo. Da allora passano sette mesi, durante i quali stando alla ricostruzione del racconto si registrano una mezza dozzina di incontri, sempre al fulmicotone, con i muri che ballano, il desiderio che li assale, il senso di colpa, il disgusto, ma anche l’estasi dei corpi abbandonati a se stessi, il piacere irresistibile dell’abiezione. Solo che lei soffre, lo vorrebbe sempre e tutto per sé, vorrebbe vivere un amore alla luce del sole. Non si accontenta più dell’intermittenza fissa, di quegli incontri rubati e dettati dall’urgenza della carne, dalla pressione di sangue e sperma. Lui invece ha tutt’altre idee. E’ un maiale, certo, ma è soprattutto un sadico, una bestia, uno che apprezza la donna intellettuale, “almeno dopo l’orgasmo abbiamo anche qualcosa da dirci”, ma la costringe a restare nell’ombra, negli anfratti delle sveltine, in una zona buia senza progetto, fine a se stessa.
Quando ha letto di questa simpatica ricostruzione e grazie al Nouvel Obs ha scoperto di essere lui il protagonista, Dominique Strauss-Kahn non ci ha visto più. “Adesso basta” ha dichiarato, denunciando “un texte méprisable et mensonger”, e urlando il suo sconcerto di fronte ai metodi truffaldini usati per violare la sua privacy, al solo scopo di trarne profitto. “Ormai chiunque può dire qualsiasi cosa, pur di ottenere la copertina di un settimanale. E’ ora di mettere un freno alla deriva della stampa e dell’editoria, pronti a qualsiasi cosa pur di fare soldi”. Indignato, ma pronto a dare battaglia, l’ex direttore del Fmi ha portato il caso in tribunale e martedì scorso con un processo per direttissima ha ottenuto non il sequestro del libro (richiesto dai suoi avvocati in via sussidiaria), che sarebbe uscito l’indomani, ma la condanna dell’editore, dell’autrice e del Nouvel Obs a versargli settantacinquemila euro di danni e interessi per aver violato la sua privacy, e l’obbligo per l’editore di inserire l’avviso della condanna in ognuna delle quarantamila copie del libro.
La decisione del tribunale di Parigi è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Venerdì scorso, per non essere da meno del Nouvel Obs, anche Libération, giornale al quale collabora Marcela Iacub, aveva dedicato alla scrittrice una copertina, con primo piano a colori in formato gigante (e testa scoperta) e cinque pagine di articoli, con saggio incensatorio di Gérard Lefort, editoriale commosso di Sylvain Bourmeau sulla “performance littéraire inédite, unique, universelle”, di quel “testo potente e sconvolgente che impone un’evidenza che, sin dai tempi di Esopo, solo le favole possiedono”, e poi l’esegesi di Philippe Lançon, che avvertiva “trattasi di letteratura sperimentale, violenta come la materia che attraversa, ispirata dal gusto del rischio e della performance” e chiamava in causa i precedenti illustri “c’è un po’ di Sade che incontra Guibert (autore trent’anni fa di un primo libro confessione di uno scrittore malato di Aids, ndr)”. E infine c’era anche posto per un breve taglio sulla dignità perduta di DSK.
Dopo la condanna comminata dal tribunale di grande istanza di Parigi, il vento è cambiato ed è cominciata la battaglia dei media. A nulla è valsa la reazione di Laurent Joffrin, che ha definito “ingiusta e stravagante” la condanna del Nouvel Obs. DSK ha scritto una lettera di protesta al vecchio fondatore e suo amico Jean Daniel, per equiparare lo storico settimanale della gauche, un tempo autorevole perché tutto cultura e débat d’idées, a “une publication commerciale et crapoteuse qu’on croyait réservée à la presse de caniveau”.
L’indomani, Jean Daniel ha pubblicato un violento editoriale sul Nouvel Obs, per protestare contro il successore Joffrin, responsabile della copertina incriminata e soprattutto dell’anticipazione del libro di Marcela Iacub, con annessa rivelazione del personaggio chiave. “Quando ho scoperto quella copertina ho avuto uno choc”, ha scritto Jean Daniel, respingendo l’argomento della scelta dettata da una causa superiore, e cioè la letteratura. “E’ il racconto compiaciuto degli stati d’animo in cui l’autrice versa per le raffinatezze erotiche perverse del suo personaggio principale. Voglio dire chiaro e tondo che resto allergico e ostile a tutto ciò che contribuisce a mantenere viva e mediaticamente sulfurea la discesa agli inferi di quest’uomo”.
Ancora più agitata la situazione a Libération: prima c’è stata la protesta del comitato del personale, con un comunicato ufficiale contro la confusione dei ruoli, la deriva nel sensazionalismo, la partecipazione a una campagna di comunicazione, la scelta di rivolgersi a un club esclusivo dal quale è escluso il pubblico dei lettori, e l’accusa di fare la pubblicità a una collaboratrice rompendo il patto di fiducia tra il giornale e i lettori: “Debolezza ancora più biasimevole per il fatto che Marcela Iacub ha scritto varie volte su DSK prendendone sistematicamente la difesa, mentre aveva in corso una relazione con lui”. Poi è venuta l’autocritica sul dispositivo adottato con l’articolo di Luc Le Vaillant che spara a zero contro “la celebrazione smodata riservata all’esibizione dell’intimità di un essere umano”, e infine con la decisione retroattiva: Marcela Iacub non avrebbe dovuto scrivere su DSK mentre ne era l’amante.
Ma il colpo di grazia finale è venuto dal Monde, che ha dedicato al caso un intero dossier non senza stigmatizzare lo scivolone dei colleghi del Nouvel Obs e il cialtronismo dei critici letterari di Libération: “Il libro di Marcela Iacub – che pretende di essere letteratura, sebbene sia stato lanciato come il più trash dei documenti – ci è apparso brutto in tutti i sensi, mediocre e funesto”. Per una che sognava di essere la novella Voltaire, il tonfo deve fare male, molto male.