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 2013  marzo 02 Sabato calendario

UN CARNEFICE ALLA SORBONA

[Pol Pot concepì il genocidio nell’aula magna dei Lumi. Ecco chi erano i suoi compagni di studi] –
Nel 1949 un gruppo di ventuno borsisti cambogiani sale a bordo dell’SS Jamaique, destinazione Europa: Phnom Penh-Saigon e Saigon-Parigi. Quattro settimane in quarta classe su un’arrugginita nave passeggeri confiscata all’esercito francese. Il mare, le coste sconosciute. Un’avventura che i ventun giovani non osavano sognare. Saloth Sar, che diverrà noto al mondo con il nome di Pol Pot, è appoggiato al parapetto. Il vento, il sole e le onde grosse che tengono la maggior parte dei suoi compagni nel nauseante abbraccio del mal di mare. Ha ventiquattro anni e fa parte di una ristretta cerchia di privilegiati. Nell’ultimo mezzo secolo meno di duecentocinquanta cambogiani hanno avuto la possibilità di studiare all’estero.
All’arrivo a Parigi i ventuno iniziano a riunirsi in un piccolo appartamento nel centro della città. La casa è di Keng Vannsak, studente cambogiano di venticinque anni. E’ il perno intellettuale intorno a cui ruotano gli altri, e si è da poco sposato con una francese. Saloth Sar acquista molti libri dai banchetti lungo la Senna. Non solo lirici francesi, ma anche Marx e Kropotkin. La sua cellula è guidata dallo studente di matematica Ok Sakun. Ne fa parte Hou Youn, dottorando in Economia destinato a diventare in seguito uno degli intellettuali di punta dei Khmer rossi. Sono tutti lì, quelli che sfileranno vittoriosi a Phnom Penh il 17 aprile 1975 con le parole della radio dei Khmer rossi: “Amati fratelli, sorelle, operai, giovani, studenti, insegnanti e funzionari! E’ il momento! L’esercito di liberazione del popolo cambogiano è qui, fratelli! Ribellatevi! E’ venuto il momento, per voi, di insorgere e liberare Phnom Penh!”. L’esortazione non venne raccolta. Gli abitanti della capitale festeggiarono il Capodanno e aspettarono. L’inferno.
Di questa odissea di sangue parla il nuovo, straordinario libro di Rithy Panh, “The Elimination”. “Voglio capire come persone colte, degli intellettuali, abbiano fatto questo”, scrive Panh, anche lui un esule cambogiano a Parigi. Il “questo” a cui si riferisce l’autore è il genocidio perpetrato da Pol Pot dal 1975 fino alla caduta del suo regime nel 1979.
Panh è un sopravvissuto. Aveva undici anni quando fu deportato con i due milioni di abitanti di Phnom Penh, la capitale appena conquistata dai Khmer rossi. “The Elimination” racconta l’ideologia che ha concepito lo sterminio cambogiano. In “The ends of earth”, Robert Kaplan ha scritto che i giovani Khmer che trasformarono la Cambogia in un cimitero erano “i soldati degli ideologi della Sorbona”. In soli quattro anni il “Fratello numero 1”, come si faceva chiamare Pol Pot, ha sterminato un milione e mezzo di concittadini: un quarto dell’intera popolazione.
Una “soluzione finale” che avrebbe dovuto non solo cambiare, ma addirittura rigenerare il mondo e la storia. Come spiega Panh, questa furibonda utopia ha trovato le sue radici non nelle giungle asiatiche come reazione al colonialismo franco-britannico, ma nei miti della sinistra europea, che Pol Pot ha interpretato con un rigore spaventevole ed estremo, da bravo studente della Sorbona di Parigi, la più antica e illustre università di Francia, che risale al XIII secolo e all’opera del teologo Robert de Sorbon, il santuario della laïcité francese.
Eccolo l’elenco dei quadri dirigenti dei Khmer rossi usciti dalla Sorbona:
“Hou Youn: dottorato di ricerca in Economia conseguito a Parigi”.
“Ieng Sary: studi a Parigi”.
“Ieng Thirith: studi a Parigi”.
“Khieu Ponnary: studi a Parigi”.
“Khieu Samphan: dottorato di ricerca in Economia conseguito a Parigi”.
“Ok Sakun: studi a Parigi”.
“Saloth Sar/Pol Pot: studi a Parigi”.
“Son Sen: studi a Parigi”.
“Suong Sikoeun: studi a Parigi”.
Pol Pot è stato “un figlio del comunismo europeo”. Le radici del genocidio sono nella storia del movimento operaio nostro condomino, delle sue cellule universitarie parigine e dei suoi dibattiti ideologici degli anni Cinquanta. Lì Pol Pot si formò come militante, lì Pol Pot apprese i rudimenti urbanistici che lo portarono a dissolvere la capitale della Cambogia quando prese il potere e a svuotarla per decreto in quarantott’ore; sempre lì fondò in esilio il nucleo del futuro Kampuchea democratico: lo strumento di riscatto del popolo cambogiano fattosi strumento del terrore dopo la presa di Phnom Penh.
E non c’è solo il “fratello numero uno”. Ieng Sary era accanto a Pol Pot a Parigi nel momento della fondazione del primo nucleo comunista e poi del Partito comunista khmer nel 1963. E poi Khieu Samphan, il più colto tra tutti i dirigenti cambogiani, laureato in Sociologia alla Sorbona, ultimo ad arrivare in Cambogia nel 1964, “mandarino” e ideologo del gruppo. Fu Samphan, proprio nella tesi di laurea “Sviluppo economico e industriale della Cambogia”, a mettere a punto l’ideologia mostruosa che avrebbe scandito il genocidio. Nella tesi di laurea Samphan sosteneva che burocrati, intellettuali, banchieri e commercianti erano “improduttivi”.
A Parigi la cupola di dirigenti khmer vive con entusiasmo i fermenti sessantottini. Amano Rousseau e Marx. Il futuro Pol Pot viene descritto come “uno studente discreto, talmente discreto che il suo soggiorno a Parigi si svolge nell’indifferenza”.
Pol Pot si educa nella rive gauche, Quartiere latino, numero 28 di rue Saint-André-des-Arts, primi anni Cinquanta. Pol Pot e Ieng Sary studiano Robespierre e ascoltano i discorsi di Maurice Thorez, segretario del Partito comunista francese. Pol Pot alloggia all’ostello Monsieur le Prince e legge avidamente “Umanesimo e terrore” di Maurice Merleau-Ponty, un elogio dei processi di Stalin che verranno esportati nelle giungle cambogiane. Sogna di far rinascere l’antica civiltà khmer e di trasformare Phnom Penh in un “palcoscenico di avvenimenti storici”. Tutta la popolazione cambogiana sarebbe stata deportata, prima gli abitanti delle città, poi quelli delle campagne. La vita è scandita dal lavoro, si inizia alle quattro del mattino e si termina alle sei del pomeriggio. Alle famiglie è vietato cucinare. Il popolo cambogiano viene trasformato in un gigantesco gruppo di lavoro nelle risaie. Sono bruciati tutti i libri, abolite le scuole, tutta l’eredità tecnologica dell’occidente è distrutta: automobili, attrezzature mediche, elettrodomestici. E’ abolita la moneta, scompaiono servizi postali e telefonici, negozi.
Come racconta Panh, Pol Pot vietò anche il possesso degli occhiali da vista. La divisa è unica per l’intera popolazione: casacca nera a maniche lunghe, abbottonata fino al collo.
Con Pol Pot alla Sorbona c’era anche la traduttrice di Shakespeare in cambogiano, il futuro ministro degli Affari sociali Ieng Thirith. L’attività principale del suo dicastero consisteva nel programmare gli accoppiamenti sessuali tra compagni privandoli di ogni risvolto sentimentale. Ieng teorizzava la necessità di sterminare i “parassiti” intellettuali, nonostante lei stessa avesse insegnato inglese. Vietati i matrimoni, vietata qualunque forma pubblica di affettività come gli abbracci. Sotto la supervisione della professoressa Thirith, le persone vennero private persino dei loro nomi al fine di disumanizzarle e rieducarle.
La studentessa della Sorbona si occupò anche di riprogrammare il linguaggio. Non dovevano più esistere parole come “critica”, “rivolta” e “privato”. “Libero” poteva essere utilizzato solo in contesti come “il campo è libero da erbacce”. Mai nell’accezione di essere liberi, godere della libertà. Coerentemente, non si “dormiva” più, ma si “riposava”, cioè ci si prendeva una pausa temporanea dalla rivoluzione che era continuamente in atto. Il “cibo” diventò il “mezzo per mantenere alta la volontà di lottare”. La prima persona singolare, “io”, doveva essere sostituita da quella plurale, “noi”, nella più ampia misura possibile. “Ho del cibo” diventava dunque “ci sono stati affidati i mezzi per mantenere alta la volontà di lottare”.
Secondo François Ponchaud, testimone del genocidio cambogiano, una lettura decisiva a Parigi fatta dai Khmer rossi è stata quella dell’opera di Jean-Jacques Rousseau, il teorico del “buon selvaggio” corrotto dalla società. Saloth Sar non ha mai spiegato perché scelse quel nome enigmatico, Pol Pot, ma è probabile che fosse un riferimento ai Pol, gli ultimi discendenti di una tribù indigena, i nobili selvaggi di Rousseau appunto.
Alla Sorbona Pol Pot e gli altri dirigenti dei Khmer rossi non sono soli. Come ha scritto di recente Paul Barman, “la Sorbona nei secoli ha prodotto molte dottrine degne di nota, nel bene e nel male, e una delle peggiori, conosciuta sotto il nome di baathismo, è quella che in questo momento in Siria sta esaurendo la sua storia con una sanguinosa sconfitta: una dottrina orrenda, dal principio alla fine. Il suo fondatore più famoso fu un siriano cristiano di nome Michel Aflaq, che studiò alla Sorbona negli anni Venti”.
E’ stato uno studente della Sorbona negli anni di Pol Pot a fondare la mostruosa ideologia Baath al potere in Iraq con Saddam Hussein e in Siria ancora con il clan Assad. All’Università di Parigi, mentre i cambogiani consumano avidamente Rousseau e Voltaire, Aflaq si nutre di Fichte e Nietzsche, scrive una tesi di laurea sull’“unità, la libertà e il socialismo”. L’idea della nazione araba come forza spirituale Aflaq la mutuò da Hegel, appreso sui banchi della Sorbona.
Un altro laureato dell’ateneo parigino in quegli anni è il guru di Sendero luminoso, il “professore” Abimael Guzmán, che avrebbe lanciato una delle più spietate guerriglie che il mondo abbia mai conosciuto. Dal 1983 i cinquemila soldati del “Partido comunista del Peru en el Sendero luminoso de Mariátegui” hanno un solo ordine: “Generalizzare la violenza”. Seminando morte e sangue nei villaggi impervi delle Ande, nelle giungle orientali, nelle periferie e persino nel cuore di Lima. Anche Guzmán, come i Khmer cambogiani, a Parigi scrive una tesi che teorizza l’“accerchiamento delle città da parte delle campagne”. Al professore dopo la cattura un poliziotto chiese: “Signor Guzmán, se io volessi fare una rivoluzione che cosa mi consiglierebbe di leggere?”. “Dia un’occhiata alla mia biblioteca, lo so che me l’avete sequestrata. Dovrebbe iniziare con la ‘Storia della filosofia’ di Dynnik”. Con Guzmán alla Sorbona c’era anche il giovane intellettuale Victor Polay, fondatore dei guerriglieri dei Tupac Amaru.
Alla Sorbona i giovani Khmer incrociano il proprio destino anche con l’ideologo della Rivoluzione iraniana, Ali Shariati, studioso di Sociologia a Parigi, dove diventa un fervente discepolo del neomarxista Georges Gurvitch. Shariati a Parigi traduce in farsi “L’essere e il nulla” di Jean-Paul Sartre e “I dannati della terra” di Frantz Fanon, docente di Storia del pensiero islamico alla celebre università parigina. Conquistato dalle idee marxiste, Shariati scrisse dell’islam in termini sociali: “Millequattrocento anni fa alcuni schiavi, venditori di datteri, cammellieri e operai seguivano la religione di Maometto. Oggi debbono essere i lavoratori, i contadini, i mercanti, i burocrati e gli studenti a farla rivivere”. Shariati vedeva nell’islam un credo rivoluzionario, chiamava la propria ideologia “sciismo rosso” e diceva che gli sciiti non dovevano accontentarsi di aspettare l’imam in uno stato di passività, ma dovevano sentirsi essi stessi chiamati attivamente a operare per affrettarne il ritorno. In pratica, il khomeinismo all’ennesima potenza. Il padrino intellettuale della Rivoluzione iraniana non inventò nulla, semplicemente traspose a Teheran le idee dei suoi professori alla Sorbona, da Jacques Berque (di cui diventa assistente) a Jean-Paul Sartre e Fanon. Ma soprattutto Shariati studia con lo studioso cattolico dell’islam Louis Massignon.
Alla Sorbona con lui c’è anche Hassan al Turabi, definito “il papa dei terroristi”. Poliglotta, carismatico ed educato all’occidentale, Turabi sarebbe arrivato a ospitare in Sudan uno sceicco saudita di nome Osama bin Laden.
Un corrispondente del Monde in Cambogia nel 1998 fece un surreale incontro nella giungla con Samphan, l’economista laureato alla Sorbona che aveva pianificato il genocidio: “Pol Pot e io siamo stati profondamente influenzati dal pensiero francese”, dirà al giornalista l’ideologo dei Khmer rossi. “In particolare dall’Illuminismo e da Rousseau”. Uno degli intellettuali della “Cambogia democratica” di Pol Pot, Suong Sikoeun, ha detto: “Robespierre mi impressionava, il suo radicalismo mi ha molto influenzato, perché devi essere sempre dalla parte dell’assoluto”.
L’idea di annientare la tradizione per rigenerare il popolo corrotto (e i bambini saranno i più spietati interpreti della rivoluzione), tipica della Cambogia di Pol Pot, come dell’Iran khomeinista, viene da un’idea di palingenesi totale e di dominio della storia che è proprio dell’occidente e che negli anni Cinquanta e Sessanta veniva teorizzata dalle menti più raffinate della Sorbona. Il “regno dei sogni”, come Peter Froberg Idling nel “Sorriso di Pol Pot” (Iperborea) ha definito il mattatoio cambogiano, nacque nell’aula che ospita i ritratti severi di Racine e Cartesio e nelle bancarelle della Ville Lumière.