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 2013  marzo 02 Sabato calendario

RITORNO IN MASSA

[La società compatta, da nord a sud, che si è manifestata con Grillo E quella che in Europa coltivò tra le due guerre l’odio antiborghese] –
Le recenti elezioni daranno materiale fresco ai sociologi. Le analisi politologiche non possono non tener conto, almeno per l’abbrivio iniziale, delle “strutture” sociali, rischiano altrimenti di essere esercizi astratti, a vuoto. Se qualcosa il voto del 24/25 febbraio ci dice è, in primo luogo, che esso ha messo in luce una forma nuova – mai vista in Italia in dimensioni paragonabili – della società di massa: una società o meglio una “non-società”, capace di esprimere – almeno finora – più un “no” che un “sì”, persino incurante di avanzare una specifica, articolata, agibile proposta di governo. E’ una novità sociologica che consegna alla politica un bel po’ di incognite, tra sconcerto e ansie.
Anche il Berlusconi del 1994 esprimeva un “no” generalizzato e confuso, però in un contesto diverso. Era un no alle ideologie dominanti – quella della chiesa con le sue onnipresenti parrocchie e quella dei riti alle Frattocchie, la scuola di partito del Pci – e dava voce a un inedito individuo, voglioso di un liberismo (più che di liberalismo) consonante con una tendenza globale, mondiale, allo scardinamento dei vecchi vincoli statuali. Con quel Berlusconi si disse che arrivavano in Italia la signora Thatcher e Reagan, eroi positivi. Poi, la palude italiana inghiottì le belle speranze e i suoi eroi. Oggi – anzi da qualche tempo – quell’io in rivolta si è dissolto, l’individuo torna ad aggregarsi nelle piazze in una massa indistinta (questo non è un giudizio di valore, la sociologia non dà giudizi di valore, solo constatazioni), indistinta perché innanzitutto spaventata, angosciata. Vuole libertà ma confusamente, senza progetti; paradossalmente – ma strutturalmente – apparendo ancor più facile preda di quelle classi dirigenti spregiudicate e autoreferenziali contro le quali si è rivoltata. Una massa senza una classe dirigente stabilizzata e consapevole è aperta a qualsiasi deriva.
Per l’Italia sembra una novità. Forse non lo è, di queste “insorgenze” ne abbiamo già viste: se andiamo oltre alla Lega di Bossi (1992) incontriamo il Qualunquismo del 1944. Curiosamente, era la creatura di un altro uomo di teatro salito in politica, Guglielmo Giannini. I due fenomeni presentano tuttavia, rispetto al grillismo, differenze non trascurabili: sia il Carroccio che il Qualunquismo avevano una base circoscritta, regionale – il nord-est per il Carroccio, il sud per l’Uomo Qualunque – mentre il Movimento 5 stelle si spalma su tutto il paese. Esprime dunque i confusi desideri di un sommovimento sociale generalizzato, rivela fino in fondo un paese che da tempo è assai diverso, quasi irriconoscibile, rispetto a se stesso e alla sua storia: dove è finito il paese delle parrocchie, del familismo inattaccabile che si estende fino al sistema industriale, del “piccolo ma bello”, ma anche dei grandi partiti e delle ideologie, per oltre mezzo secolo collante sociale eccezionale? E finita è anche la presenza della chiesa nelle sue forme più capillari e identitarie. Le periferie italiane sono ammassi indecifrabili, senza volto né figura, non c’è città che possa più essere riconosciuta nei suoi antichi caratteri: la Roma di Pasolini o di Fellini, la Milano capitale morale del paese, la sicilitudine di Sciascia, perfino le partite Iva del nord-est. Forse è la prima volta che l’Italia esprime i “valori” (o “disvalori”) comuni, dalla Sicilia al Friuli, di una massa compatta e grigia, esposta solo a richiami molto elementari. L’Italia è divenuta, fino nelle midolla, una società di massa: la variante italiana, diremmo, così come il poujadisme lo fu per la Francia.

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Quando nasce la società di massa moderna? Ne conosciamo bene, attraverso una immensa letteratura, le fenomenologie, ma non ci pare male dare una ripassatina alle sue tappe salienti, sottolineandone anche un aspetto peculiare, la cultura, che ebbe esiti eccezionali quali non ci pare di poter riscontrare nel fenomeno grillino.
Presuntivamente, la società di massa appare, sia in Europa che in America, con una industrializzazione accelerata anche dalle esigenze belliche della Prima guerra mondiale, quando compaiono nuove armi – dal tank, all’aeroplano, alla mitragliatrice – tecnologicamente assai sofisticate, e con la successiva crisi economica, la Grande depressione. Se ne distinguono due modelli, quello americano e quello o quelli europei, continentali. Le società di massa continentali hanno in comune una ideologia totalizzante – nelle varianti fascista, nazista o comunista – la società di massa americana nasce invece sullo sfondo di una prassi democratica collaudata e solidamente garantita sul piano istituzionale. Può dunque mettere in campo strumenti assai diversi da quelli delle società di massa europee. E’ una società ottimista, che si prodiga per instillare all’opinione pubblica la fiducia che attraverso l’intervento keynesiano in economia, la produzione in serie fordista, un welfare flessibile e via via più inclusivo (ma anche i suoi “side effects” quale, per dire, una esplosione cinematografica, musicale e artistica nella quale si succedevano e fondevano, in un mix accattivante e ottimista, l’escapism delle danze di Fred Astaire o Esther Williams, il buonismo dei film di Frank Capra, l’invenzione del mito del western, il jazz o i fumetti, da Yellow Kid a Mickey Mouse) si sarebbe potuto realizzare finalmente quell’“american dream” che le generazioni precedenti avevano visto prendere corpo nelle enormi fortune di pochi capitalisti, non si sa se più intelligenti o fortunati ma portati a esempio e stimolo al ragazzo venditore di giornali agli angoli delle strade o distributore di latte alle porte delle villette suburbane. Si venne così formando, per dilatarsi fino a occupare il centro della scena, la “middle class”, la borghesia dei “white collars”, una classe media sulla cui cultura e i cui riti si è costruita la potenza americana del secolo. Nulla di paragonabile nelle società di massa europee, che preferirono rovesciare la loro immensa tradizione storica in forsennati totalitarismi autoreferenziali e sostanzialmente pessimisti. Le differenze tra i sistemi continentali e l’americano si scorgono subito, e sono incancellabili. Qualcosa in comune lo avevano: nascevano, in parallelo, come risposta/reazione alla crisi del modello socioculturale borghese tardo ottocentesco e primo novecentesco.
L’antiborghesismo americano svolse – abbiamo detto – l’assunto volontarista e ottimista dell’evoluzione democratica di un “rugged capitalism“ mai rinnegato e anzi sentito come un patrimonio della nazione. Nell’Europa uscita devastata dalla guerra la borghesia, anche la piccola e media – l’equivalente della middle class americana – perfino più disprezzata e odiata di quella alta, la borghesia del capitalismo, divenne invece bersaglio di un odio sviscerato. Le furono attribuite tutte le colpe, gli errori e i peccati possibili a partire dalla guerra di cui era ritenuta responsabile. Con la borghesia ci si doveva confrontare non con i modi e il linguaggio della polemica, fosse la più aspra e violenta, ma sfoderando un odio inestinguibile. Per il Thomas Mann dei “Buddenbrook” (1901) quel ceto è ancora dominante con tutti i suoi grandi valori, l’odio antiborghese diventa invece, per l’intero secolo XX, il sale di quasi tutte le espressioni civili o culturali, che sono comunque di straordinario significato. Forse solo in Italia, malgrado Marinetti e il vociante Futurismo, l’antiborghesismo ha caratteri moderati, si stempera nella piccola satira del Selvaggio di Maccari o del Bertoldo, e il Surrealismo si riduce alle macchiette di Achille Campanile o di Carlo Manzoni. L’interpretazione della borghesia – o di una particolare borghesia, quella italiana e romana degli anni Trenta – dei racconti di Moravia non è del tutto negativa. In Francia e in Germania, l’odio antiborghese raggiunge il parossismo. Céline e Ernst von Salomon vomitano le loro ingiurie antiborghesi con una violenza inaudita, ne fanno la base stessa e la giustificazione del loro inarrivabile stile letterario.
Non sono uno specialista di una materia così vasta e complessa, ma ho ragionevole motivo di credere che il testo più significativo di quella stagione sia comunque “I proscritti”, capolavoro di Ernst von Salomon. E’ un libro ovviamente datato, ma insieme all’opera di Céline, e magari allo Hans Fallada di “E adesso pover’uomo?” (1932), resta un monumento fondamentale per capire il travaglio della società di massa novecentesca europea.

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Edito a Berlino nel 1930, “I proscritti” (“Die Geächteten”) rievoca con vivida precisione l’intricata situazione socio-politica della società di massa della Germania weimariana, che Von Salomon vede precipitare “inesorabilmente nella polvere”, dilaniata dalla guerra civile tra la sinistra estrema e la destra radicale, ideologicamente contrapposte e però unite contro il governo rinunciatario e disfattista. A questo sfasciume spirituale – lo stesso che verrà ritratto dalla matita di Grosz e dai pittori espressionisti e della “Neue Objektivität” – possono opporsi (puntualizza efficacemente Wikipedia) solo i reduci, “uomini indipendenti, che avevano conosciuto una dura solidarietà e trovato nella guerra una patria”, che “non sarebbero mai tornati a casa” perché avrebbero sempre portato nel cuore “la trincea, la morte, l’orrore, l’ebbrezza, il ferro”, il senso “dell’acciaio, della dinamite e dell’attacco brutale”. Fratelli maggiori degli “arditi” italiani – gli spericolati soldati d’assalto divenuti i primi nuclei del fascismo cui passarono le loro divise e il caratteristico armamento, la camicia nera, la fusciacca ugualmente nera, le fasce sui pantaloni grigioverdi, il pugnale e le bombe a mano – questi reduci, i “proscritti”, “espulsi dal mondo delle leggi borghesi”, “obbedivano alla voce segreta del sangue”, muovendosi “su un piano che al mondo che li circondava sembrava certo fantomatico e minaccioso”. Solo loro potevano emergere, con questa moralità, dalla massa di una società senza valori. Erano all’attacco del Vecchio, si chiamasse democrazia, capitalismo, marxismo o cosmopolitismo.
Questi individui hanno per destino, secondo Von Salomon, una sola possibilità di scelta: la morte o il carcere. Von Salomon racconta della sua partecipazione alla organizzazione dell’assassinio di Rathenau. L’ideatore dell’attentato è Kern, conosciuto come protagonista di una feroce battaglia a Francoforte, la città contesa tra francesi e tedeschi. Kern diviene amico di Von Salomon ed è alla fine il protagonista, o la figura centrale, del libro. Se dei due assassini di Rathenau il camerata e amico Kern viene ucciso e l’altro, Fischer, si suicida per non farsi catturare, Von Salomon dovrà scontare circa cinque anni di prigione. L’autore affresca la sua condizione di prigioniero raccontandoci con vivido realismo lo sconforto, la rabbia, un irriducibile nichilismo scaturente da abissali riflessioni esistenziali, l’annientamento del sé che il carcere inculca ai reietti e il “freddo odio” che lascia nell’animo, la pertinacia nel non piegarsi all’ipocrisia di un sistema che adopera la violenza “parlando d’amore”. Il carcere è, nella visione di questi “superatori” dell’umano, come il limbo di fuoco che occorre attraversare per conquistare la nuova purezza: forse l’esistenza “autentica” di Heidegger. E c’è forse ancora l’influenza dostoevskiana: anche Dostoevskij attraversa il carcere per incontrare una nuova umanità, se non l’umanità nella sua forma più assoluta – vorrei dire, ancora una volta, “autentica” – quella di cui “L’idiota” è l’eroe. Tra le sbarre, Von Salomon incontra Edi, un internazionalista, un rivoluzionario bolscevico. Fuori del carcere sarebbe il suo nemico storico, un rappresentante di tutto ciò contro cui egli ha combattuto e combatte. Nel carcere avviene però qualcosa di straordinario o forse – vista l’atmosfera spirituale – di ovvio. I due nemici finiscono con l’incontrarsi, col fraternizzare, diventare sodali di questa mistica avventura del ri-conoscimento dell’umano: “Noi due che eravamo destinati ad affrontarci in un libero combattimento ci incontravamo solo ora, docili e domati, caduti nella più profonda abiezione, piegati e spogliati da forze che odiavamo, che disprezzavamo, che ostacolavano la nostra lotta e, addirittura, qualsiasi soluzione attiva…”. “Eravamo costretti a vivere in un mondo in cui tutto ci era ostile. E ci riavvicinammo per stordire la nostra solitudine infinita, per trovare, l’uno nell’altro, un uomo in mezzo a un deserto di pietre e di ferro. E venne un tempo in cui più niente ci divise se non il muro tra la sua e la mia cella…”. “Edi mi raccontò la vita di un minatore della Ruhr: i lunghi giorni vissuti tra polvere nera e sudore (…), un’esistenza estenuante, sostenuta solo da patate, pane e acquavite (…), io gli spiegai a mia volta perché, soldato, mi sentissi legato a lui, perché la mia battaglia fosse la sua (…). Così come egli accettava la sua vita nella comunità di quelli che (…) con lui combattevano contro la pietra nera e contro lo strato molle, inafferrabile che tutto travolge, (…) così aderivo anch’io al mio destino, ero solidale con la mia comunità: grigia massa d’innominati che una volta aveva marciato agli stessi ordini di una squadra come la sua…”. E’ la nascita del cameratismo, una fratellanza esistenziale lievemente mistica, pur essa un tratto profondamente antiborghese, che detesta le distinzioni, la separatezza della normalità quotidiana.
Sulla eccezionalità di questi valori si nutre avidamente – e si illude – la massa delle società moderne. Così, nella sua complessa monotonia, “I proscritti” diventa un testo chiave della rivolta contro il prosaico e inaccettabile diritto, uguale per tutti e livellatore. Quella dei “Proscritti” è l’etica del partigiano (cfr. Carl Schmitt), l’etica dell’epica esaltata e solitaria. Esprime in definitiva la ricerca dell’“autentico” predicato da Heidegger, fino al culto della morte come esperienza fondamentale e privilegiata – Heidegger avrebbe detto “fondante” – dell’esserci, dell’esistenza. Vi ritroviamo qui l’archetipo, o uno degli archetipi, del XX secolo, legato alla sua cultura più profonda. Come ha scritto Marco Revelli nella postfazione all’edizione italiana più recente (Baldini Castoldi Dalai, 2008) il libro di Von Salomon “continua a rappresentare un documento di inaudita efficacia non solo sullo sconvolgimento dell’Europa ’entre deux guerres’, ma su ogni luogo, ogni tempo in cui la superficie sottile della civilizzazione si incrini, e nella dissoluzione di tutti i valori lasci riemergere la sostanza magmatica di una temporalità non conciliata”…“ovunque nelle sconnessioni di un tempo parossisticamente accelerato si riaffacci l’angoscia di un mondo perduto, l’‘horror vacui’ dello sradicamento e della dissoluzione…”.
Anche se c’è da augurarsi che non si tratti di un vaticinio per i nostri giorni, attendiamo con qualche curiosità il Von Salomon della società grillina, o comunque di questi nostri tempi. Ma forse l’ultimo grande romanzo di riflessione sulla società italiana resta “Il Gattopardo”. Tutt’altra cosa, ovviamente, la società di massa in cui siamo immersi è, o appare, troppo informe e senza significato.