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 2013  marzo 02 Sabato calendario

QUANDO WOLFGANG SAWALLISCH VISITAVA A ROMA IL SUO AMICO RATZINGER

Da buon tedesco, anzi bavarese, anzi monacense, Wolfgang Sawallisch amava perdutamente l’Italia: basta un rapido ripasso alla cronologia per avvedersi di quanto la Sehnsucht nach Süden abbia operato sul pianista e direttore scomparso pochi giorni fa a 89 anni abbondanti. Già negli anni Cinquanta Sawallisch è ospite abituale a Napoli e a Venezia (dove tornerà, Messinis domino, dopo l’incendio della Fenice, a testimonianza d’una fedeltà fraterna). Da lì passa a Milano, Firenze, Roma, che resteranno (con Vienna, Tokyo e la città natale) i suoi luoghi d’elezione.
Richiamato alle armi, catturato dagli inglesi, al ritorno dalla prigionia porta a termine gli studi musicali (composizione, pianoforte: è stato un magnifico accompagnatore di Lieder e un provetto musicista da camera: ricordo una “Petite messe solennelle” di Rossini eseguita alla tastiera con un senso sovrano del fraseggio), e si accosta alla direzione attraverso il magistero di Rosbaud e Markevitch. La sua carriera segue l’iter secolare del Kapellmeister tedesco: inizi come maestro sostituto e direttore assistente (ad Augusta), direttore principale in provincia (Aquisgrana e Wiesbaden), promozione in prima fascia (Colonia, Amburgo), infine l’ascesa all’empireo: dapprima Monaco di Baviera, dove regna incontrastato per un ventennio (fino al ’92), poi Philadelphia, sino al ritiro per motivi di salute (2005). Ma fin dagli inizi in quest’immagine granitica di professionista serio posato alieno da sorprese si aprono crepe rivelatrici: a trent’anni, su invito di Furtwängler (il suo direttore prediletto insieme a Richard Strauss), si presenta nella stagione dei Filarmonici berlinesi; a trentatré è il più giovane direttore invitato al Festival di Bayreuth; a trentasette succede a Karajan alla guida dei Wiener Symphoniker (vi resta fino al ’70); la sua prima registrazione operistica consiste nel testo più enigmatico e “reservato” mai concepito da mente e anima di compositore tedesco: “Capriccio” di Strauss, due ore e mezzo in puro “stile di conversazione” dispiegate con l’autenticità e l’immediatezza di un artifex che nulla aggiunge ma tutto sottrae all’artificio; secondo la migliore tradizione germanica, non gli bastano i “gioielli di famiglia” (da Bach, Haydn, Mozart a Mahler, Strauss, Hindemith), ma batte in lungo e in largo Novecento primo (i francesi, il prediletto Stravinskij) e secondo (gli eclettico-moderati Egk e Sutermeister, il neoclassico Hartmann, l’esponente meno ermetico della Nuova musica Hans Werner Henze) e soprattutto il melodramma italiano da Rossini a Puccini: solo che non si limita a dirigerlo a casa propria, “osa” proporlo anche in teatri di gusto italianeggiante (“Don Carlo” di Verdi a Vienna) e persino a casa nostra, vedi il “Mosè” alla Rai di Roma.
E’ ben vero che in Italia Sawallisch era invitato soprattutto come specialista di musica tedesca (e dei suoi satelliti slavi: Dvorák era da lui sentito – non a torto – come un seguace di Brahms). E questo fatto, insieme a uno stile asciutto e antiretorico, a un aspetto serio, austero può aver contribuito a imporre di lui l’immagine del Kapellmeister paladino della tradizione. Sennonché, senza bisogno di scomodare l’immagine del “doppio”, il suo “Tristano” al calor bianco, la sua “Donna senz’ombra” tellurica e liricissima, recano i segni d’una personalità complessa, in cui l’osservazione delle tenebre non occultava un tenace umorismo (si ascolti la sua “Arianna a Nasso” e si legga l’autobiografia, tradotta anche in italiano col titolo “La mia vita con la musica”: perché Passigli non la ristampa?), ed entrambi gli aspetti convergevano verso una fede ignara di dubbi o remore. Fede cattolica e romana, beninteso, che imprime il suo sigillo sui dischi dedicati alla musica sacra di Schubert, e che balzava chiarissima dai suoi accostamenti a Bruckner (corali, fughe, ripieni organistici che negli Scherzi si distorcevano in ghigni satanici: il male come altra faccia del bene), al “Requiem dei lillà” di Hindemith, addirittura al “Parsifal”.
E’ casuale che Sawallisch si sia spento pochi giorni prima delle dimissioni papali? O andranno scomodate la “comunicazione della grazia” e la “comunione dei santi”? Chi scrive non è in grado di rispondere; può solo dire che molti anni fa, alla fine d’una prova con l’Orchestra di Santa Cecilia, accompagnò il sommo, indimenticabile Maestro in Borgo Pio, là dove risiedeva un amico suo carissimo: Joseph Ratzinger.