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 2013  marzo 02 Sabato calendario

[Niente baci e carezze, ma la certezza, conquistata, di essere stata amata da Mario Monicelli] – Diceva che muoiono soltanto gli stronzi, e che non aveva paura della morte perché l’aldilà o non esiste o sperava che fosse un’altra bella avventura

[Niente baci e carezze, ma la certezza, conquistata, di essere stata amata da Mario Monicelli] –
Diceva che muoiono soltanto gli stronzi, e che non aveva paura della morte perché l’aldilà o non esiste o sperava che fosse un’altra bella avventura. I suoi amici li avrebbe trovati all’inferno, quelli che vanno in paradiso non gli garbavano. Come epitaffio avrebbe voluto: “Non ebbe mai un telefonino” o “Non salutò mai per secondo”, cosa di cui andava molto fiero.
Ottavia Monicelli, “Guai ai baci”
(Sperling&Kupfer)

Ci sono cose talmente ardenti, così impossibili da dire a un padre, che forse solo una lettera potrebbe metterle in fila. Le parole che si aveva bisogno di sentire, le carezze che non si sono ricevute, quella paura continua di deludere, i desideri infranti e l’affetto fortissimo. Ottavia Monicelli, figlia di Mario, ha trovato il coraggio di scrivere di suo padre, adesso, e l’effetto è quello di una lunga, dolorosa, lettera d’amore. Piena di quelle storie segrete, intime, del rapporto difficile con un padre amatissimo e speciale, adorato dal mondo intero, ma che fuggiva da tutto quello che riteneva fosse sentimentale, sdolcinato. E’ la lettera, in forma di memoir, di una donna, prima bambina piccolissima, poi adolescente smarrita, infine sempre più adulta, anche madre, che insegue l’amore di suo padre. All’inizio non lo sa riconoscere, pensa di non essere corrisposta, almeno non nel modo semplice che avrebbe desiderato. Gli correva incontro eccitatissima, quel giorno alla settimana in cui lui arrivava per pranzare con lei, la madre e la sorella, e gli abbracciava le gambe, sentiva la morbidezza dei pantaloni di velluto, ma aveva voglia di baci che non c’erano. Smise di mangiare, ancora bambina (la tata allora riempiva un biberon con una pappona speciale, allargava il buco del ciuccio e glielo dava di notte, mentre dormiva), forse per gridare quel bisogno di papà, “ma nessuno glielo disse, per non tediarlo e non distrarlo dalle sue faccende”. I bambini lo annoiavano, scrive Ottavia Monicelli, erano rumorosi e pedanti, facevano troppe domande e lui non voleva sentirsi imprigionato. Era vietato piangere, vietato mostrare debolezza, bisognava essere forti. Ottavia si sentiva un’intrusa, era gelosa di sua sorella e gelosa anche della terza figlia che il padre attese quattro anni per presentarle. Sono parole molto dure, anche, ma sono parole d’amore e di fragilità: una figlia che adesso sa di essere stata molto amata, ma che ha dovuto attraversare il dubbio e l’ostilità per capirlo. “Mi ha riservato quell’educazione che si dava ai ragazzini del Dopoguerra, pane e calci in culo e qualche volta una carezza. Solo che io non ero una ragazzina del Dopoguerra, ero una ragazzina e basta, innamorata del proprio padre, delle sue coppole, delle sue sciarpe e dei suoi occhiali”. Innamorata di lui che la porta con sé alle serate eleganti, e le dice che è bella, lui che va anche tre giorni di fila a trovare i suoi nipoti e si fa dire al telefono che regalo vogliono, per viziarli; lui che le dice: brava, non me l’aspettavo, perché all’esame di maturità ha fatto un bell’orale. Lui che la portava a pranzo nelle trattorie degli artisti e parlava con i suoi amici, e lei interveniva, voleva essere considerata, così Tonino Delli Colli, grande direttore di fotografia, la guardò e disse: “A Mario, ma tu fija, co’tutti ’sti orecchini, sai che je ce vorrebbe? ’na guera, ma grande però”. Lo trovava sempre bellissimo, suo padre, era felice di andare a prenderlo per uscire a cena insieme, si disperava perché diceva sempre la frase sbagliata al momento sbagliato, ma con il tempo imparò a riderne. E’ come se, con il tempo, tutti e due avessero imparato a stare insieme. Tranne quando lui la lasciava fuori dalla porta perché non si era annunciata, o perché c’erano anche i bambini e non voleva confusione, le diceva: “Ora ho da fare, ti chiamo dopo”. Sono ferite, ma anche gioie, tempo trascorso l’uno accanto all’altra, il tempo delle famiglie. C’è tutta l’imperfezione di un grande amore, e di un uomo che negava la tenerezza anche a se stesso. E che una volta le disse: “Ottavia, non sempre la vita vale la pena di essere vissuta fino alla fine”.