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 2013  marzo 02 Sabato calendario

Ladri di appartamenti. Guerre tra poveri. Case popolari affittate da uno che si spaccia per proprietario ma forse non lo è

Ladri di appartamenti. Guerre tra poveri. Case popolari affittate da uno che si spaccia per proprietario ma forse non lo è. Affronta la questione “Tutti contro tutti” di Rolando Ravello, con Kasia Smutniak e Marco Giallini: apripista di una serie di pellicole italiane che si affacciano nelle sale con poca pubblicità, poca convinzione, poche speranze. La prossima settimana toccherà a “Amiche da morire” di Giorgia Farina (con Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore) e a “Ci vuole un gran fisico” di Sophie Chiarello con Angela Finocchiaro.
Spiace dover constatare, soprattutto quando gli incassi calano e si perde l’abitudine al cinema in sala, l’esistenza di film serenamente avviati verso l’insuccesso già a leggerne le trame. Ma è inutile continuare a illudersi. L’industria deve marciare, le maestranze e gli attori lavorare anche quando le idee brillanti latitano. Ma l’accanimento su copioni messi in lavorazione senza mai chiedersi “ma chi lo andrà a vedere questo film? chi uscirà di casa e pagherà il biglietto? chi lo vorrà consigliare agli amici?” sta diventando una forma assai praticata di tafazzismo.
Con tante commedie a disposizione, per stare soltanto ai canali televisivi - o con programmi come “Masterchef”, che vantano personaggi e intrighi più interessanti di molti film visti di recente – scommettere sul fatto che una storiella di inquilini spodestati, di amiche che nascondono un segreto, di signore mature ancora in gamba, possa strappare gli spettatori dal divano e avviarli verso le sale sembra un calcolo che gira le spalle alla realtà. Senza contare che “Masterchef” hai i suoi cattivi (cosa rara nel cinema italiano) e un parco concorrenti che tocca vertici di rara velleità (altra cosa rara nel cinema italiano che non riesce più a cogliere la cialtroneria, e quando lo fa se ne pente prima del finale).
Una commedia dovrebbe avere tutte le sue rotelline a posto, oltre allo spunto di partenza, che nel caso degli inquilini spodestati della loro casa al ritorno da una prima comunione poteva anche funzionare. Invece subito sconfina nel neorealismo, con le battute affidate al nonno Stefano Altieri, o a Marco Giallini, bravo attore che ormai arriva sul set portandosi in dote il suo personaggio. Non è colpa sua, sono gli sceneggiatori che impigriscono: la stessa sorte tocca a Alba Rohrwacher, a Valerio Mastandrea, a Claudia Gerini (per citare i primi che vengono in mente, e che potrebbero ogni tanto ambire a un ruolo meno prevedibile).
Gli inquilini si organizzano sul pianerottolo, con materassi e cucina (altri spunti comici che vanno sprecati). Gli egiziani della porta accanto si barricano e non aprono a nessuno: cederanno, perché nessun regista italiano ha il cuore che regge di fronte a una vera guerra tra poveri (finisce a felafel, senza vino perché le culture altre vanno rispettate). Tre sfaticati sulla panchina fanno da coro, commentando gli eventi. Lo spettatore che volesse consigliare “Tutti contro tutti” a un amico non saprebbe cosa dire per invogliarlo.

EDUCAZIONE SIBERIANA di Gabriele Salvatores, con John Malkovich, Peter Stormare, Eleanor Tomlinson, Giedrius Nagys
Stavolta Gabriele Salvatores ha pescato dallo scaffale il libro sbagliato. Non che il suo “Come Dio comanda”, tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti, rendesse giustizia all’originale. Ma qui proprio non riusciamo a riconoscere l’autobiografia in forma di romanzo o il romanzo in forma di autobiografia (se ne è discusso parecchio e non è il caso di riaprire il contenzioso) pubblicato da Nicolai Lilin nel 2009. Nessuno aveva sentito nominare prima la Transnistria, dove erano stati deportati – come in “1994: Fuga da New York” – i criminali di tutte le russie. Un postaccio dove vigeva la guerra per bande, così agguerrita che un anno in divisa da poliziotto ne valeva cinque. Il giovane protagonista Kolima veniva educato da un nonno siberiano, secondo i dettami dell’onesta criminalità. I proiettili li guida la Madonna (spesso ritratta nei tatuaggi con due pistole in mano), i soldi frutto di rapina non si tengono in casa – “un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare”, tuona la voce nel trailer – la vita è sacra a meno che non sia quella di un poliziotto, di un usuraio, un trafficante di droga. “Eravamo abituati a parlare di galera come altri ragazzini parlano del servizio militare o di cosa faranno da grandi”, scrive Lilin, che segue i suoi protagonisti dagli anni sovietici fino a dopo la caduta del Muro, quando la criminalità prende vie un po’ meno oneste. Di quel mondo, Gabriele Salvatores prende pochissimo: non gli interessa ricostruirlo sullo schermo in tutta la sua violenza e follia, non disgiunte da rigide regole che tolte dal contesto suonano come sentenze calate dall’alto. Pronunciate da John Malkovich – nonno Kuzja, l’unico con un forte accento, mentre tutti gli altri attori son doppiati in perfetto italiano – rasentano la parodia. Qualche bella inquadratura, dagli uomini tatuati nella sauna che ricordano “La promessa dell’assassino” di David Cronenberg al carcere dove Kolima fa pratica di tatuaggi (ci sono più siberiani dietro le sbarre di quanti ne abbiamo visti nel resto del film), non basta per compensare le debolezze del film. Per esempio, la ragazza un po’ fuori di testa, che divide gli amici Kolima e Gagarin: un pianoforte viene salvato dalla piena del fiume perché lei possa suonarlo, e il regista possa aggiungere uno svolazzo poetico.

UPSIDE DOWN di Juan Diego Solanas, con Kirsten Dunst, Jim Sturgess, Timothy Spall, Neil Napier, Vincent Messina
Alla cassa di una multisala milanese, giovedì ultimo spettacolo. “Mi dà due biglietti per ‘The Space?’”, chiede lo spettatore alla cassiera. La ragazza rimane un po’ perplessa, essendo “The Space” il nome della catena di multisale. “Quel film con il titolo inglese” non aiuta: metà dei titoli ormai restano in originale, un po’ per pigrizia e un po’ per provincialismo (“A caccia di Bin Laden”, invece dell’impenetrabile “Zero Dark Thirty”, avrebbe certamente procurato qualche spettatore in più al film di Kathryn Bigelow, perfetta dimostrazione del fatto che certe polemiche esauriscono la curiosità e i biglietti calano). Dopo un po’ si risolve l’arcano: i biglietti richiesti sono per “Upside Down”, che certo ha a che fare con lo spazio – immagina un mondo con due pianeti vicini, ognuno con la sua forza di gravità – ma non si incide nella memoria. Il singolare universo fa sì che se vediamo gli abitanti di un pianeta a testa in su, quelli del pianeta opposto entrano in scena a testa in giù. Il regista argentino, escogitata la fantastica idea, la sfrutta visivamente senza mai chiedersi se allo spettatore non verrà il mal di testa. Costruisce interni impiegatizi alla “Brazil”, da vedersi in 2D o in 3D a vostra scelta. Oltre ai due pianeti c’è infatti un Mondo di Mezzo, voluto da una multinazionale per occupare forza lavoro a buon mercato. Proveniente dal Mondo di Sotto, dove la gente vive nei tuguri, mentre nel Mondo di Sopra tutti sono lindi ed eleganti (ovvio che per un regista non americano la critica sociale è una tentazione irresistibile). Il film rompicapo – che ricorda certi viaggi avanti e indietro nel tempo, irti di paradossi – è in realtà una commedia romantica, tra un giovanotto miserabile e una biondina ricca. Del genere ha alcune scene classiche, tra cui lo split screen quando i due innamorati si telefonano dalle rispettive camerette: lo schermo è diviso in due, una delle immagini è puntualmente capovolta. Kirsten Dunst e Jim Sturgess si incontrano ragazzini, alle estreme propaggini dei rispettivi mondi. Proibitissimo: le leggi degli uomini vorrebbero evitare qualsiasi contatto, anche quando le leggi della fisica – stiracchiate al massimo, con la partecipazione speciale dell’antimateria – fanno eccezione per i due cocciuti innamorati. Debitamente alleggerito, Jim Sturgess va agli appuntamenti rischiando ogni volta la vita.

BEAUTIFUL CREATURES – LA SEDICESIMA LUNA di Richard LaGravenese, con Alice Englert, Jeremy Irons, Emma Thompson
Dopo i vampiri e gli zombie, maghi e streghe. All’inizio sembra un teen movie, con una ragazzina che arriva nella nuova scuola e attira subito l’attenzione di un giovanotto lettore di Kerouac, Vonnegut, Bukowski (di notte però sogna una bella ragazza vestita come Rossella in “Via col vento”). L’attrice si chiama Alice Englert ed è la figlia di Jane Campion, da tutti molto lodata per la performance che alterna gattamortismo e scatti d’ira con vetri infranti (contro la ex fidanzata di lui, biondina e molto bigotta, preoccupata per l’imminente fine del mondo). La streghetta Lena sta per compiere sedici anni, quando dovrà scegliere tra le forze del bene e le forze del male. Ed è qui che il parentado si scatena, mostrando tutta la sua furia negli occhi iniettati di pagliuzze d’oro. Zio Macon Ravenwood, per esempio: Jeremy Irons nella classica parte accettata senza darsi la pena di leggere il copione (e neanche di dare un’occhiata al guardaroba tutto in colori pastello che la costumista ha preparato). Va un po’ meglio a Emma Thompson, che almeno non ha l’aria di prendersi sul serio. Siamo in pieno gotico sudista, con case fatiscenti, misteriose bibliotecarie nere, e in aggiunta alberi magici, muri invisibili, neve in Carolina: così esagerato da sembrare una parodia.

THE SESSIONS di Ben Lewin, con John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood
Ronnie Yeskel, direttrice del casting, ha lavorato per “Pulp Fiction” e per “Orphan”. Va a suo merito aver scovato John Hawkes, e aver convinto il regista Ben Lewin a scritturarlo. “Quel tipo sinistro?”, obiettò, dopo averlo visto accanto a Jennifer Lawrence in “Un gelido inverno”. Non era quel che aveva in mente per il protagonista di “The Sessions”, storia vera del poeta e giornalista Mark O’Brien, colpito dalla polio e costretto a vivere in un polmone d’acciaio (anche il regista ne fu colpito, e cammina con le stampelle). John Hawkes è straordinario, con la sua magrezza, la sua schiena curva, la sua immobilità, il senso dell’umorismo che lo spinge a confidarsi con il sacerdote William H. Macy, quando decide di non morire vergine. Prenderà appuntamento con la “sex surrogate” Helen Hunt, specializzata in terapie sessuali con i disabili: sei incontri e non uno di più; nessun coinvolgimento emotivo, quanto basta per fare un po’ di pratica. La dottoressa Helen Hunt era candidata agli Oscar come non protagonista. I giurati dell’Academy hanno dimenticato il paziente John Hawkes, e le sue confessioni davanti all’altare (il confessionale ha pesanti barriere architettoniche) ascoltate con scandalo dai fedeli che passano tra i banchi della chiesa.

BLUE VALENTINE di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Michelle Williams, John Doman, Faith Wladyka
Ryan Gosling non era ancora stato il romantico stuntman in “Drive”. Michelle Williams non era ancora stata Marilyn. Il regista li mandò a vivere per un po’ in una cittadina della Pennsylvania, con 200 dollari da spendere ogni due settimane. Da quelle parti esiste davvero anche “La stanza del futuro” che fa da sfondo a una delle scene più forti del film (sempre che non sia stata tagliata nella versione italiana: si vede pochissimo, si immaginano cose spiacevoli). Le scene “contemporanee” sono girate con una telecamera digitale vicinissima agli attori, per l’occasione ingrassati e incupiti. Con una pellicola a sedici millimetri, su set illuminati come si deve, sono girate invece le scene del corteggiamento tra Dean e Cindy, sette anni prima. Si incontrano in una casa di riposo, altro colpo azzeccato del regista: Dean va a trovare un vecchietto conosciuto durante un trasloco, fa la corte a Cindy suonando l’ukulele ed è convinto che “gli uomini siano più romantici delle donne”. Intrecciati con sapienza drammatica, saltando avanti e indietro nel tempo, i tasselli disegnano un quadro che stringe il cuore. Il confine tra realismo e messa in scena strappalacrime non è sempre tracciato con chiarezza.

NOI SIAMO INFINITO di Stephen Chbosky, con Emma Watson, Ezra Miller, Logan Lerman, Paul Rudd
Emma Watson è uscita meglio dalla saga di Harry Potter di quanto Kristen Stewart sia uscita da “Twilight”. Qui si sporge nei tunnel dai veicoli in corsa con “Heroes” di David Bowie per colonna sonora, offre biscotti alla marijuana, assieme al fratellastro Patrick prende sotto l’ala protettrice lo sfigato Charlie: un catalogo di paturnie da quindicenne al primo giorno di liceo. Siamo agli inizi degli anni Novanta: niente cellulari, niente social network, compilation di brani su cassetta come dichiarazioni d’amore. All’origine un romanzo di Steve Chbosky uscito nel 1999, oggetto di culto immediato e messo nello scaffale accanto a “Il giovane Holden”. Accade quando un adolescente racconta i fatti suoi con parole sue, mostrandosi più maturo della sua età perché ha sofferto e si è sfinito di letture o di film come “L’attimo fuggente”. Nel romanzo (Sperling & Kupfer) scrive lettere su lettere a un misterioso amico. Nel film, diretto e sceneggiato dal romanziere medesimo (una rarità) – ne sopravvivono poche. Charlie farà il suo apprendistato, l’adolescente che è in voi rimpiangerà di non aver avuto amici come Sam e Patrick, il cinico che resiste alla favola bella del disadattato (ma futuro scrittore) apprezza le battute: “Da quando sei buddista sei diventata più cattiva”.

PROMISED LAND di Gus van Sant, con Matt Damon, John Krasinski, Frances McDormand
Il film che la lobby dei petrolieri ha cercato invano di sabotare”, sta scritto sul poster italiano. Bugia. Lo hanno finanziato, addirittura: la Imagenation, società di Abu Dhabi, compare tra i produttori. I cattivi sono le società che trivellano il suolo in cerca di metano, e che dovrebbero liberarci dalla dipendenza petrolifera. Come la Global Crosspower Solution, che manda a Pittsburgh uno dei suoi migliori impiegati per comprare dai contadini terreni da “frackling”. E’ Matt Damon, in coppia con Frances McDormand, da ammirare incondizionatamente in qualsiasi ruolo. L’unica attrice che può fare le smorfie senza essere stucchevole: ma l’ironia con cui osserva Matt Damon vestito da paesano con la camicia a scacchi si perde quasi subito. Il venditore per la verità da paesano si riveste: viene da un luogo dove chiusa l’unica fabbrica impera la miseria, e tra i suoi argomenti per convincere gli indigeni c’è la constatazione che i tempi sono cambiati. Gli mette i bastoni tra le ruote un ex ingegnere in pensione, spiegando in assemblea i rischi tossici delle trivellazioni. Poi arriva il militante ecologista Dustin Noble. Noble, senza pudore: così ha deciso Dave Eggers che ha scritto il racconto, con co-sceneggiatore Jon Krasinski che fa la parte del nobile paladino ecologista.

RE DELLA TERRA SELVAGGIA di Benh Zeitlin, con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Jonshel Alexander
La furia degli elementi si scatena in “The Impossible”, separando una famigliola in vacanza esotica. Qui è peggio: inondazione d’acqua salmastra, ghiacci che si sciolgono, creature estinte che tornano in vita. Le disgrazie si aggiungono alla vita già grama in un delta chiamato “The Bathtub”. Nel cucinino della roulotte per accendere i fornelli servono casco e lanciafiamme. La mamma è sparita chissà dove, il padre scappa dall’ospedale e torna con il braccialetto di plastica al polso. La bambina Hushpuppy – Quvenzhné Wallis, a 9 anni candidata agli Oscar – deve imparare a sbrigarsela da sola. Lanciato dalla più che vincente accoppiata Barack Obama – Oprah Winfrey, Re della terra selvaggia è la sorpresa cinematografica del 2012. Un piccolo film inclassificabile – dal documentario etnografico al realismo magico, dal romanzo di formazione al rapporto tra generazioni, dai funerali dove non si piange alle feste carnevalesche – girato da un giovane regista debuttante che di festival in festival si è fatto notare anche dai membri dell’Academy. Più interessante e avvincente di quel che ci aspettavamo. Data per scontata la musica di fondo, così espressa da Hushpuppy che capisce il linguaggio delle creature: “Quasi tutte dicono ‘ho fame’, oppure ‘devo fare la cacca’”.

WARM BODIES di Jonathan Levine, con Teresa Palmer, Nicholas Hoult, Analeigh Tipton, John Malkovich
Ragazze, ma un giovanotto normale mai, sempre una Bestia vi andate a cercare? Bisogna dire che neanche le creature sono più come una volta, un morsetto sul collo e via. Addomesticati i vampiri, arrivano gli zombie con la felpa rossa e i vecchi vinili, l’ultima cosa che ti viene in mente è il paletto nel cuore. Se pensate che sia l’ideale per un primo appuntamento, così lui guarda i non morti e lei si strugge per la storia d’amore, lasciate perdere: è un film totalmente romantico, in un futuro post-apocalittico. Fuori dal muro di cinta sono rimaste le farmacie piene di medicine, e una squadra ben addestrata esce in missione per procurarsele. Cercando di evitare i lentissimi zombie e gli incartapecoriti, ma molto più lesti “Ossuti”. La voce narrante, come nel romanzo di Isaac Marion pubblicato da Fazi, appartiene a un giovanotto con un suo senso dell’umorismo più vivo dei suoi arti. Quanto a parole, è scarso: “Fame”, e qualche grugnito se va a bere una birra con l’amico zombie M. Ricorda solo l’iniziale del suo nome, R, mentre la bella si chiama Julie (Mercuzio, Romeo e Giulietta, a occhio). Si incontrano in circostanze piuttosto macabre. Sarà amore a prima vista, con l’aiuto di un cervello che mangiucchiato procura a R amorosi ricordi non suoi.

ZERO DARK THIRTY di Kathryn Bigelow, con Jessica Chastain, Joel Edgerton, Chris Pratt, Mark Strong
I nostri vengono attaccati. I nostri giurano che i terroristi non la faranno franca. I nostri fanno indagini, pedinano, interrogano, se necessario ricorrono al waterboarding, reso sullo schermo da una regista che sopra ogni cosa sa girare le scene d’azione. Il prigioniero viene appeso per le braccia e privato del sonno. Ma quando finalmente decide di collaborare, l’agente Jessica Chastain si copre i capelli con un velo. Se è lei a condurre l’interrogatorio, ha a fianco un maschio che sferra i pugni. Tratto da un reportage di prima mano dello sceneggiatore Mark Boal, che già aveva scritto “The Hurt Locker”. Con polemiche preventive: sarà o no uno spot a favore di Obama? Chiunque era disposto a giurare che sì: la cattura del Nemico Pubblico Numero 1 (il film era stato progettato come il resoconto di una caccia senza esito) avrebbe aiutato la rielezione. In verità, vediamo il presidente su uno schermo tv, mentre dichiara che “la tortura ripugna alla statura morale degli Stati Uniti” (e la Cia fa battute stizzite). L’infaticabile creatura che indica ai nostri la pista giusta si chiama Maya, già sopravvissuta a un attentato: “Sono rimasta viva per finire il lavoro”. I nostri entrano in azione con aerei invisibili, visori notturni, un sacco per cadaveri.

LES MISÉRABLES di Tom Hooper, con Anne Hathaway, Hugh Jackman, Russell Crowe, Amanda Seyfried
Sul blog Opinionator del New York Times, Stanley Fish si chiede perché tanti critici americani sono rimasi freddi vedendo “Les Misérables”, mentre gli spettatori paganti si scioglievano in lacrime. Sostiene che la versione di Tom Hooper del musical lanciato da Boublil e Schönberg nel 1980 manca del dono postmoderno dell’ironia. Può essere che la postmodernità ci abbia contagiati al punto da non riconoscerne più in noi i sintomi, ma può anche essere che Stanley Fish si sbagli. “Les Misérables” è un musical che visto a teatro funzionava benissimo, senza bisogno di invocare adesione e naturalezza per uno spettacolo dove un’operaia viene licenziata e si mette a cantare, vende i denti e i capelli e ancora canta, cantano in tribunale e cantano quando annunciano a un prigioniero la libertà vigilata. Non c’era cuore di pietra che non ne uscisse commosso per Cosette e Gavroche, che non odiasse Javert, che non ammirasse l’ex forzato Jean Valjean quando si rifà una vita dopo un gesto di clemenza cristiana, e poi mette tutto a repentaglio perché un innocente non vada in galera al posto suo. La cartapesta, il doppiaggio, e ogni sorta di artificio arrivano al cuore più di certi primi piani che fanno soffocare, e certe intonazioni che rompono l’incanto.

LINCOLN di Steven Spielberg, con Daniel Day-Lewis, Tommy Lee Jones, Sally Field, Joseph Gordon-Levitt
Documenti e ritratti alla mano, Slate verifica l’accuratezza. Sì, il presidente sognava spesso una nave. Sì, la voce era acuta, in contrasto con la presenza imponente, e Daniel Day-Lewis la rifà con maestria. Sì, la moglie Mary Todd Lincoln – nel film, Sally Field – aveva le sue stranezze e odiava la vita alla Casa Bianca. Sì, Thaddeus Stevens – nel film, Tommy Lee Jones – era su posizioni radicali e chiamava “rettili” gli avversari politici. Sì, il presidente amava intrattenere gli interlocutori raccontando aneddoti. La precisione storica e iconografica non esaurisce però il fascino e l’attrattiva del film. La marcia in più viene dalla sceneggiatura di Tony Kushner, il commediografo premio Pulitzer per “Angels in America”. Per volere del regista, è stata tagliata e rimaneggiata, puntando l’attenzione su poche settimane all’inizio del 1865. Quando Lincoln, rieletto per il suo secondo mandato, fece approvare dal Congresso il XIII emendamento che aboliva la schiavitù. Mancavano venti voti, diede ordine ai suoi di cercarli nel campo avverso dei democratici, promettendo incarichi e giocando sulle astensioni. Accettò i compromessi, e fa sfigurare quei film politici dove un giovanotto va a Washington e scopre che sono tutti corrotti.