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 2013  marzo 02 Sabato calendario

LIBRO STILE PIEMONTESE

Giuseppe Marcenaro apre la sua prefazione col ricordo di Giovanni Ansaldo che nel 1950 passa la giornata a scrivere in una villa tra ulivi e viti nelle colline toscane, e la sera scende per viottoli di campagna per andare all’ufficio postale con un fascio di plichi da inviare ai giornali con cui collaborava. Viene da chiedersi se il grande giornalista, morto nel 1969, sarebbe stato un entusiasta di Internet, o avrebbe deplorato di non avere più la motivazione per farsi quella quotidiana passeggiata tra campi e prati. Nessun dubbio che fosse invece quell’idea di starsene tranquillo in campagna tra carte e libri il suo ideale di vita. Eloquente il tono ammirato con cui descrive Luigi Einaudi che corregge bozze di stampa nello studio della sua casa tra le Langhe, al caldo di una stufetta e attorniato dai suoi ventimila libri e dalla collezione completa dell’Economist dal 1875, guardando dalle vetrate il panorama delle sue vigne innevate. Eloquente anche il suo elogio del Libro dei conti di casa di Giovanni Giolitti, e di un patrimonio fondiario sorretto comunque da uno stile di vita parsimonioso, ma “dal quale si vede che in qualunque momento Giolitti avrebbe potuto lasciare la politica e continuare a condurre una vita decorosa; invidiabile premessa materiale di una vera indipendenza”. Invidiabile, e dal ligure Ansaldo in effetti invidiata, dal momento che proprio per la necessità di guadagnarsi il pane col lavoro giornalistico in un’epoca tempestosa come poche aveva finito per ricavarne guai a non finire. Confinato dal fascismo, si piegò infatti al regime fino a diventare consigliere di Galeazzo Ciano, che lo fece direttore del Telegrafo di Livorno e commentatore radiofonico dell’Eiar. Ma per i suoi contatti con il “grande traditore” del 25 luglio i tedeschi lo tennero per due anni in campo di concentramento: salvo poi, al ritorno in Italia, farsi un altro anno tra vari campi di internamento, stavolta come sostenitore del fascismo. Sia dopo la liberazione dal confino per antifascisti sia dopo la liberazione dal campo di internamento per fascisti, Ansaldo fu costretto per un po’ a usare pseudonimi. In compenso, il ritorno in scena del suo vero cognome, nel 1949, fu subito un bestseller: “Il ministro della buonavita”, riabilitazione di quel Giolitti cui Salvemini aveva a suo tempo dedicato “Il ministro della malavita”. La recensione di Pietro Nenni sull’Avanti! ironizzò su “Giovanni Ansaldo che diresti passato fresco dagli articoli antifascisti del Lavoro e della Stampa all’apologia del ‘ministro della buona vita’ se in mezzo non vi fossero i dieci anni di giornalismo ufficiale al servizio dell’avventura mussoliniana”. Ma Montanelli, sul Corriere della Sera, osservò che l’aver Ansaldo ripreso il proprio nome era “un sintomo del ritorno del nostro paese alla ‘normalità’”.
Questa antologia di articoli, pubblicati tra 1925 e 1964, dimostra come l’interesse per lo “stile piemontese” di Giolitti ed Einaudi fosse in realtà, per Ansaldo, precedente anche alle tempeste del periodo fascista, ma quelle vicende dovettero ulteriormente rafforzarlo nelle sue convinzioni. Un Giolitti soprattutto raccontato e descritto, e un Einaudi conosciuto anche personalmente, sono indicati da Ansaldo come ideali di vita non solo per sé, ma anche per tutta l’Italia impegnata nella ricostruzione. E chissà se certi insegnamenti non possano essere validi anche per la turbolenta Italia di oggi. Quello di Giolitti, il presidente del Consiglio che comunque, a ogni fine mese, nel libro dei conti di casa fa le somme, e alla fine di ogni anno un riepilogo con l’annotazione dell’avanzo. E quello di Einaudi, presidente della Repubblica che di suo pugno scrive per gli ospiti istruzioni minuziose per non sprecare l’acqua. E che osserva: “Non è vero che tutto vada male. Gli italiani, a lasciarli fare, si muovono”.