Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  marzo 02 Sabato calendario

VAFFANCULO, MANETTARI

I manettari lo tirano per la giacca e Marco Travaglio, che si dice suo amico, gli manda ogni giorno un pizzino per invitarlo a fiancheggiare quell’ala della magistratura che, dopo vent’anni di inseguimenti e persecuzioni, crede di potere finalmente issare la forca e stringere il cappio al collo di Silvio Berlusconi. Se non ora quando?
Beffando sondaggi e previsioni, l’Eterno Nemico è rimasto in piedi e i tagliagola di sinistra, quelli che da sempre teorizzano l’eliminazione dell’avversario per via giudiziaria, vorrebbero che Beppe Grillo, padre di ogni estremismo e di ogni vaffanculo, desse subito una mano per accendere il rogo. Sarebbe il primo passo, gli dicono, per un patto di governo tra noi e voi, tra un Pd fiaccato dalla delusione elettorale e un Movimento cinque stelle che ha fatto irruzione sulla scena della politica con una forza fino a ieri inimmaginabile. Solo che Grillo da questo orecchio non ci sente. Certo, dal blog e dalle piazze continua a mandare i messaggi più truculenti – “Arrendetevi” – e la sua armata invisibile crede di avere già circondato il Palazzo. Certo, il suo linguaggio scavalca spesso il gioco della provocazione e cede al gusto sanguinolento di minacce che, nel teatro della rivoluzione prossima ventura, evocano rastrellamenti e decimazioni: contro la casta, contro i ricchi, contro i corrotti. Ma le manette no. Grillo, a differenza di Travaglio, non subisce il fascino della magistratura militante, non sale sul palcoscenico per recitare verbali d’interrogatorio e non sputtana gli avversari con quintalate di intercettazioni telefoniche. Anzi. Verso la fine della campagna elettorale, quando i puritani da Palasharp aggredivano Berlusconi perché osava accusare giudici e pm in lotta perenne contro la politica, Grillo ha colto l’occasione per avvalorare la tesi del Cav. e sostenere che, ebbene sì, “la magistratura fa paura”. E quando Antonio Ingroia, il pm che voleva farsi leader, ha alzato il ditino per proporgli una santa alleanza verso un comune obiettivo – trasformare l’Italia in un immenso Ucciardone – lui, il comico, nemmeno gli ha risposto. Vaffanculo, manettari.