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 2013  marzo 02 Sabato calendario

IN MALI, DOVE ADESSO I LIBERATORI FRANCESI SI TENGONO IN SECONDA LINEA

Gao, Mali. A Gao le notizie corrono veloci, saltando di tetto in tetto, di bocca in bocca. Hanno gambe lunghe come le onde captate dalle antenne delle mille radio a pile che la gente, ogni giorno da un mese, sintonizza su Rfi (Radio France International) per sapere cosa sta accadendo. La città più grande e importante del nord del Mali nelle scorse due settimane ha conosciuto i primi kamikaze e i primi attentati della storia del paese, oltre che due battaglie urbane infernali. Ma la notizia che rimbomba nelle case e nelle strade semideserte di Gao è: “I francesi se ne vanno”. La questione è discussa dalla gente in assembramenti che i soldati maliani, dopo l’ultimo attacco del Mujao (Movimento per l’unità e il jihad in Africa occidentale) il 21 febbraio, cercano di disperdere per ragioni di sicurezza. Neanche il coprifuoco notturno né la carenza d’elettricità, solo tre-quattro ore al giorno, frenano il bisogno di parlare. “L’Operazione Serval in Mali è entrata nella sua ultima fase”. Le parole di Hollande risuonano come un disco rotto a tutte le edizioni del giornale radio. Hibrahim Maiga spegne l’ennesima sigaretta, fissa l’orizzonte dal tetto di casa sua in direzione della base francese nei pressi dell’aeroporto: “Senza i francesi il Mujao riprenderà la città. L’esercito maliano è troppo malconcio, scapperà alla vista della prima barba lunga come ha sempre fatto. Gli altri contingenti africani e i Caschi blu dell’Onu non li abbiamo ancora visti da queste parti. Ho paura che gli islamisti tornino. E’ troppo vivo il ricordo di com’era la vita sotto il Mujao per non avere paura”. Hibrahim dice di essere una guida turistica anche se ha perso il lavoro anni fa, quando i turisti occidentali hanno smesso di considerare Gao, Timbuctù e il nord del Mali un luogo sicuro per le vacanze. “Quando c’erano i ‘barbuti’ non si poteva accendere, la radio. E neanche fumare! Tutto era vietato nella loro idea folle di ‘legge divina’. Nove mesi d’apnea, in attesa del liberatore”. E non importa se il liberatore è l’ex potenza coloniale, l’importante è che cacci questi stranieri venuti coi kalashnikov in un paese musulmano (anche se a modo suo) a dare lezioni d’islam e sharia. “Vive la France, vive Sarkozy!”, come urlava un gruppo di bambini di Gao – ignari dei risultati delle ultime elezioni per l’Eliseo – al passaggio di un convoglio dell’esercito francese.

Feroci combattimenti al nord
Secondo fonti d’intelligence anche diversi ostaggi occidentali sono transitati qui, prima di essere trasferiti più a nord nel deserto montagnoso dell’Adrar degli Ifoghas, dove ora si stanno consumando i combattimenti più feroci dall’inizio delle ostilità. L’“ultima fase” della missione Serval di cui parlava Hollande, poi chiarita in termini strategici dal ministro della Difesa Le Drian come “Operazione Pantera, finalizzata alla neutralizzazione dei capi dei gruppi ribelli” (è di giovedì la notizia dell’uccisione di Abu Zaid, uno dei leader di al Qaida nel nord Africa). Da giorni sfilano colonne di blindati, carri armati e mezzi da deserto francesi in direzione Kidal, Tessalit e Aguelhok, e nelle strade di Gao arrivano le notizie di quanto succede più a nord, nella regione in cui la Francia ha spostato 1.200 uomini (quasi un terzo del totale) e dove si dovrebbe consumare la battaglia finale della guerra. Le radio parlano di 130 jihadisti, 35 soldati chadiani (ce ne sono 800 al fianco dei francesi perché esperti di guerra nel deserto) e un legionario (il secondo morto francese dall’inizio della guerra) uccisi in violenti scontri nel massiccio dell’Adrar, oltre che di tre autobomba esplose a Kidal e in un villaggio vicino Tessalit, nei pressi di una base francese. Alla centrale operativa francese dell’aeroporto di Gao, il più grande accampamento militare del fronte nord, il comandante Emmanuel, giovane responsabile della comunicazione, dice al Foglio: “In questo momento più che mai cerchiamo di stare in seconda linea, in supporto alle truppe maliane e africane. Per esempio non siamo presenti ai checkpoint attorno a Gao, nonostante i continui attacchi”. Un basso profilo giustificato con il rischio di perdite e di essere percepiti come esercito d’occupazione, che però ha portato per ben due volte i ribelli a sfondare la cintura di sicurezza, gestita da sonnolenti e spesso ubriachi soldati maliani, e a infiltrarsi fino in centro città. Negli ultimi giorni è arrivata la smentita dell’Eliseo a un “ritiro frettoloso e prematuro” e gli Stati Uniti continuano a chiedere a Hollande di restare in Mali, mettendo a disposizione altri droni di ricognizione.