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 2013  marzo 02 Sabato calendario

PELL, CHE NON VOLEVA LA RINUNCIA DI RATZINGER

Roma. “I cardinali non sono esperti dei mezzi di comunicazione, e quindi è meglio non commentare quello che dicono in interviste sulla stampa o in televisione”. E’ questa la risposta ufficiale del Vaticano a chi chiedeva di commentare le dichiarazioni del Cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, che in un intervento all’australiano Seven Network, mercoledì scorso, aveva criticato la scelta di Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino. “La scelta del Papa è stata destabilizzante”, ha detto Pell, auspicando che il prossimo Pontefice sia qualcuno che “manterrà la tradizione riguardo alle questioni di fede e a quelle che hanno a che fare con la morale”. Il cardinale australiano fa parte di quel gruppo di persone che – come ha scritto Gian Maria Vian nel suo editoriale sull’Osservatore Romano del 1° marzo – “non capiscono la rinuncia, atto grave e nuovo”. Una scelta, quella del Papa tedesco, che secondo Pell rappresenta un pericoloso precedente: un domani, infatti, “qualcuno potrebbe essere intenzionato a montare una campagna contro un futuro Pontefice per indurlo alle dimissioni”. Joseph Ratzinger è stato “un maestro brillante”, ma “il governo non è stato il suo punto di forza”. Il desiderio dell’arcivescovo di Sydney è che il prossimo Papa sia “qualcuno con una forte esperienza pastorale diocesana e, al contempo, capace di portare un po’ più di disciplina in Vaticano”.
George Pell nella curia romana stava per entrarci poco più di due anni fa, quando Benedetto XVI fu chiamato a decidere il nome del successore di Giovanni Battista Re alla guida della Congregazione per i vescovi. Fin da subito – su suggerimento del segretario di stato, Tarcisio Bertone – il Papa pensò a un nome non italiano, recuperando la tradizione che dal 1984 al 2000 aveva visto quell’incarico occupato da porporati stranieri (prima il beninese Bernardin Gantin e poi il brasiliano Lucas Moreira Neves). La scelta era caduta sul cardinale australiano, al quale fu anche comunicata – dal Pontefice in persona – la nomina. Poi qualcosa cambiò, e Benedetto XVI optò per il canadese Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, teologo di formazione ratzingeriana e membro associato della rivista Communio. Oltre alle perplessità dello stesso Pell, a quanto pare non convinto di lasciare l’Australia a causa di qualche problema di salute, a pesare sono state le accuse di un’associazione irlandese che riunisce vittime di casi di pedofilia, che ha contestato a Pell la gestione “inadeguata” di alcuni vecchi casi di abusi sessuali su minori.
Settantadue anni, uomo di grande cultura (nel curriculum vanta una licenza in Teologia all’Università Urbaniana di Roma, un master in Educazione a Melbourne e un dottorato di Filosofia della storia della chiesa a Oxford), Pell è un tradizionalista: conservatore, è stato uno dei porporati che ha celebrato la Messa con rito tridentino dopo la riforma liturgica. Durante il sinodo dello scorso ottobre ha denunciato la difficoltà sempre maggiore di professare liberamente la religione cristiana in “diversi paesi europei e anglofoni”. Libertà minacciata “da tribunali, leggi e parlamenti” che alimentano un’intolleranza al cristianesimo che assume sempre più i tratti totalitari. E’ questa deriva, sostiene l’arcivescovo australiano, che caratterizza il liberalismo moderno, così diverso da quel “liberalismo tradizionale che vede l’individuo e la famiglia al centro di ogni cosa”. Attento alla formazione dei giovani e del clero, è stato l’organizzatore della Giornata mondiale della Gioventù del 2008 di Sydney. Un appuntamento riuscito e significativo in un paese che negli ultimi cinquant’anni ha visto crescere il numero degli atei. “Bisogna difendere a tutti i costi il principio che la fede religiosa è fondamentale nella costruzione di una società giusta. Altrimenti si torna ai tempi del profeta Elia, quando il monoteismo stava per soccombere alle forze pagane”.