YES, WE KENYA E SE VE LO DICO IO CHE MI CHIAMO OBAMA, VOTATEMI… - Cinquantamila.it

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 2013  febbraio 28 Giovedì calendario

YES, WE KENYA E SE VE LO DICO IO CHE MI CHIAMO OBAMA, VOTATEMI…


Da qualche settimana Obama è in piena campagna elettorale. No, non il presidente degli Stati Uniti: per lui, dopo l’elezione per il suo secondo mandato alla Casa Bianca fino al 2017, le campagne elettorali sono finite per sempre. È suo fratello Malik che ha deciso, lo scorso gennaio, di entrare in politica e ora punta da candidato indipendente alla poltrona di governatore della contea di Siaya, nel Kenya occidentale, alle elezioni che si tengono il 4 marzo. Abon’go Malik Obama, 54 anni, nasce da Barack Hussein Obama, quando il padre del presidente americano ha poco più di vent’anni (in seguito Barack senior sposerà altre due donne, una delle quali darà alla luce l’attuale presidente degli Stati Uniti, divorzierà da tutte quante e farà una brillante carriera come analista economico nel governo kenyota, per poi finire miseramente da alcolizzato in un fatale incidente d’auto), e dalla sua prima moglie Kezia: i genitori sono originari del villaggio di Kogelo, in un angolo remoto della contea di Siaya. Laureato in economia all’Università di Nairobi, nella prima metà degli anni Ottanta Malik si trasferisce negli Stati Uniti, a Washington, dove avvia la Rockstone of Afrika Siaya electricals, un’attività di esportazione di articoli elettrici verso il Kenya. Con il fratello Barack, Malik ha un rapporto molto stretto, tanto che i due hanno fatto da testimoni alle rispettive nozze. Poi, 4 anni fa, la decisione di tornare nel villaggio natale del padre: «Mi piace la tranquillità della campagna» ha commentato. La campagna di Kogelo, sulle sponde del Lago Vittoria a quasi 400 chilometri da Nairobi (o, per dare un’idea dello stato delle strade, a 10 ore di autobus), è però tremendamente povera e arretrata: la gente vive di pastorizia, delle scarse coltivazioni, dell’oro alluvionale che viene estratto con metodi primitivi e a prezzo di enormi fatiche, lungo le rive del fiume Marindi, e frutta ai minatori l’equivalente di poche decine di euro al mese. Per avere l’acqua nelle loro capanne, dove il segno più evidente della prosperità è il tetto di lamiera ondulata, gli abitanti di Kogelo spediscono i bambini a un pozzo comunitario dove la si pompa a forza di braccia. Inoltre la contea ha il più elevato tasso di mortalità del paese per la malaria e il virus Hiv. E così Malik, reduce da un paese, gli Stati Uniti, dove «a tutti è dato vivere dignitosamente», decide di presentarsi alle elezioni con un programma che promette alle neglette genti di Siaya un’esistenza decorosa come quella dei cittadini di Washington. Da queste parti i sondaggi preelettorali sono un’utopia, ma basta parlare un po’ con la gente di Kogelo per rendersi conto che l’aspirante governatore avrà ben poche possibilità di applicare alla contea la sua ambiziosa ricetta di sviluppo: «Malik è un figlio di questa terra, però è stato all’estero troppo a lungo per poter manovrare le leve della nostra politica in modo efficace» dice Godfrey Ombogo, corrispondente da Siaya del quotidiano Daily Nation. Altri abitanti della contea sono più diretti: «Malik? Che ne sa del Kenya? Ormai lui è americano». Inoltre è musulmano, a votarlo sarà soprattutto l’esigua minoranza islamica, per la quale è diventato un punto di riferimento. In Kenya, infatti, come in molti paesi africani, il voto si da più che altro per affinità etnica, tribale o confessionale: lo hanno dimostrato i sanguinosi scontri fra luo e kikuyu, i due principali gruppi tribali del paese, dopo le elezioni del 2007, i cui risultati scatenarono l’esplosione di un odio interetnico che aveva covato per anni fino a raggiungere una pressione insostenibile. E in queste settimane di campagna elettorale la situazione non è stata molto differente: la tensione fra i due gruppi sta montando in modo palpabile. Inoltre Malik, oltre a essere un devoto musulmano che si volge cinque volte al giorno verso la Mecca, è anche un luo. Ma la tribù ha già giurato fedeltà elettorale a un altro candidato presente da tempo sulla scena politica: Oburu Odinga, fratello dell’attuale primo ministro Ralla Odinga, il quale a sua volta ha sostenuto in passato d’essere il cugino di Barack Obama (la famiglia smentì).
Procurarsi il cellulare del fratello del presidente degli Stati Uniti è questione più semplice di quanto sembri: basta spendere 40 centesimi di euro (il prezzo di una Coca-Cola) nel Barack Obama recreation center & rest area, il ristorante che Malik ha costruito alla periferia di Kogelo, per trovarlo stampato sotto la ragione sociale sulla ricevuta. Composto il numero, ecco in pochi minuti comparire Malik, un gigante di 1 metro e 90 abbondanti, la schiena leggermente curva, l’andatura appena trascinata, come se avesse già iniziato a sentire il peso della politica. Era a pochi passi dalla sala: in un angolo del ristorante ha attrezzato un ufficio a quartier generale della sua campagna elettorale, che conduce da solo, facendo una quantità strabiliante di telefonate, senza l’ausilio di analisti, strateghi, portavoce, fund raiser, ma soltanto con l’aiuto di una cameriera che, quando non serve ai tavoli, gli fa da segretaria.
La scarsità di mezzi (Malik sarà anche benestante per lo standard locale, ma quando deve recarsi a Nairobi lo fa con l’autobus) è in parte compensata dall’efficacia dello slogan che si è scelto: ai triti «lavoro per tutti», «cibo a buon mercato per tutti», «più spazio alle donne», nei quali, vista la corruzione dilagante, anche il più ingenuo dei pastori locali ha smesso di credere, lui oppone: «The best option: Obama there, Obama here» (L’opzione migliore: Obama là, Obama qui), capitalizzando sul nome di famiglia con genialità lapidaria degna del migliore copywriter.
Straordinaria, o forse solo molto africana, è anche la sua propensione alla negoziazione: nei due giorni trascorsi insieme, al cronista ha chiesto una dozzina di volte un «contributo alla campagna elettorale» in cambio del «tempo prezioso» e dell’«intrusione nella vita privata» che Malik concedeva. Alla fine è bastato pagargli un pranzo nel suo stesso ristorante e si sono aperte anche le porte del suo sancta sanctorum: una stanza privata, di solito chiusa a chiave, con le pareti adorne di foto che ritraggono Malik alla Casa Bianca con Barack (l’ha incontrato l’ultima volta lo scorso novembre); Malik che stringe la mano al colonnello Muammar Gheddafi (chissà che cosa ne direbbe il fratello); Malik alla Mecca il giorno del suo pellegrinaggio; un ritratto di Sarah, la nonna paterna che vive in una bella casa in muratura in mezzo alla savana, e che lo stesso Barack chiama «granny Sarah»; di nuovo Malik alla Casa Bianca, stavolta con la moglie (la terza, che ha sposato nel 2011 sollevando un discreto vespaio perché all’epoca aveva solo 19 anni) e parte della prole insieme a Barack, Michelle e le figlie.
«In famiglia sappiamo dare corpo ai sogni» dice Malik «e oggi il mio sogno è veder risorgere questa contea: so che è difficile, ma so pure che, se dovessi essere eletto, potrei contare sul pieno appoggio di mio fratello. Dopotutto è stato il suo esempio a convincermi a entrare in politica».
L’enunciazione del programma elettorale avviene davanti ai resti del contributo alla campagna elettorale rimasti nei piatti, e guardando la pianura selvaggia tutt’attorno, appare disperatamente ambizioso: «Voglio che ogni bambino possa andare a scuola, voglio acqua corrente ed elettricità in tutte le case, un lavoro per tutti, un’assistenza sanitaria accessibile, voglio strade migliori che colleghino la regione al resto del paese e la facciano finalmente sentire parte di esso». Per il momento, come nella migliore delle tradizioni, l’unica strada in costruzione (fino a ieri era una pista impraticabile) è quella che collega la provinciale asfaltata alle residenze degli Obama.