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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

I BANCHIERI EUROPEI SARANNO PIÙ “POVERI” DI QUELLI AMERICANI

Roma. I banchieri americani vengono da Marte, quelli europei da Venere. Almeno a vedere quello che sta succedendo sulle due sponde dell’Atlantico. Ieri l’Unione europea, al termine di una riunione tra Commissione, Parlamento e Consiglio Ue, ha raggiunto un accordo preliminare per limitare i bonus dei manager. L’accordo sarà discusso all’Ecofin di martedì prossimo. “E’ la fine di un periodo di folli e ingiustificabili bonus – ha detto il commissario europeo al Mercato interno, Michel Barnier – e anche l’inizio vero di una maggiore e più robusta trasparenza nel settore bancario europeo”. “Per la prima volta nella storia – ha detto il capo negoziatore dell’Europarlamento, Othmar Karas – nell’Ue limiteremo i bonus ai banchieri”. Secondo l’intesa raggiunta, le banche potranno pagare bonus fino a un massimo di due volte il salario fisso a condizione che ci sia sufficiente sostegno da parte degli azionisti. Scettico il premier inglese David Cameron che chiede un accordo “flessibile”, peraltro dopo che Royal Bank of Scoltland, una banca nazionalizzata, ha annunciato mega bonus per i manager nonostante questo sia il quinto anno consecutivo di perdite miliardarie.
A Wall Street probabilmente non avranno nemmeno letto la notizia, troppo intenti a festeggiare la nuova ondata di vacche grasse che invece, alla faccia di ogni regolamentazione, sta per investire i pochi e fortunati broker rimasti. Le banche americane non hanno mai fatto tanti profitti come nel 2012, e si preparano a riversarli sotto forma di emolumenti sui propri gestori. Secondo i dati della Federal Deposit Insurance Corp., l’agenzia del governo che garantisce i depositi bancari, il settore nel suo complesso ha registrato l’anno scorso profitti per 141,3 miliardi di dollari, cioè 23 miliardi in più che nel 2011: siamo vicini al record del 2006, quando il comparto mise a segno profitti per 146 miliardi. La parte da leone, poi, la fanno le vituperate operazioni di brokeraggio, cioè la speculazione; secondo Thomas P. Di Napoli, “state comptroller”, equivalente del ragioniere dello stato di New York, in totale le finanziarie operanti al New York Stock Exchange hanno totalizzato 23,9 miliardi di dollari di profitti nel 2012, un livello di redditività tre volte superiore a quello realizzato nel 2011 (7,7 miliardi), con le attività di trading che hanno spinto in alto questi risultati, mentre altre attività di banca si sono rivelate meno profittevoli”. E adesso i bonus dei gestori di Borsa “si prevede che saliranno dell’8 per cento a quota 20 miliardi di dollari durante il periodo delle trimestrali”. Oltretutto, se la profittabilità sta tornando ai livelli pre crisi, adesso la torta si spartisce tra molti meno concorrenti. Rispetto a sette anni fa il quadro è radicalmente cambiato: sono falliti da allora circa 471 istituti – con una punta di 157 nel solo 2010 – e la ristrutturazione, per usare un understatement, continua. Jp Morgan ha annunciato un piano di tagli per 19 mila unità, Morgan Stanley licenzierà 1.600 dipendenti, mentre Citigroup ha preparato un piano per 11 mila esuberi. Fra i broker in particolare Wall Street ha perso dall’inizio della crisi 28.300 operatori, e con la lenta ripresa in corso ne ha riassunti solo 8.500. Il saldo dunque è negativo per 19.800 unità. L’intero business è così più snello, col 10 per cento di occupati in meno, segnalano all’ufficio del comptroller; e la media degli emolumenti legati alle performance sale ancora: è cresciuta del 9 per cento a 121.900 dollari a testa per ogni broker nel 2012. E le paghe sono sempre più concorrenziali: bonus inclusi, la media degli stipendi è di 362.900 dollari annui, più che negli anni d’oro, e la più alta in assoluto tra tutti i settori lavorativi, medici e avvocati compresi. Se si pensa che lo stipendio medio americano è di 26 mila dollari annui, tutti sognano di entrare a Wall Street. Altro che regolamentazione.