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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

I SERVIZI SEGRETI ALGERINI SI SONO MESSI A INVIDIARE IL MAROCCO

Il silenzio dell’Algeria, sceso dopo i tragici fatti di In Amenas, è stato rotto sabato scorso dal presidente, Abdelaziz Bouteflika, che ha spiegato come l’attuale situazione in Mali rappresenti un serio pericolo per il suo paese. A suggerire tale presa di posizione sarebbero stati i vertici dei servizi segreti algerini preoccupati di dover fare ora i conti con le conseguenze dell’atteggiamento ambiguo assunto per anni nei confronti delle formazioni jihadiste attive nel Sahel e nell’Azawad. “Quasi tutti i capi di Aqmi (al Qaida nel Maghreb), Mujao (Movimento per il jihad in Africa) e Ansar Eddine (gruppo tuareg salafita) – confida al Foglio una fonte saharawi – hanno avuto a che fare con funzionari algerini del Département du renseignement et de la Sécurité (Drs), guidati dal generale Rachid Laalali. Con l’operazione Serval sono saltati gli accordi e i compromessi segreti attraverso cui il Dsr era riuscito a mantenere i gruppi filoqaidisti al di fuori del territorio algerino e a manipolarne le attività in funzione dei propri obiettivi. Una prima conseguenza si è consumata a In Amenas, non solo per il suo epilogo sanguinoso ma, anche, per una verità che le autorità algerine non ammetteranno mai: il capo del commando jihadista suicida era un saharawi che i servizi algerini conoscevano fin dall’epoca in cui egli militava nel Fronte Polisario. Rivelare la sua identità avrebbe finito con il compromettere definitivamente sia l’immagine del movimento indipendentista, divenuto per gli islamisti una delle principali fonti di reclutamento, sia la strategia disinvolta adottata dai servizi di Algeri nell’affermare le proprie prerogative in tutto il nord Africa e nel Sahel”.
Questa strategia sarebbe stata all’origine di quanto accaduto, l’8 febbraio del 2010, durante lo sgombero in Marocco della tendopoli saharawi di Gdeim Izik, vicino la città di Laayoune. Una dozzina di poliziotti marocchini, disarmati, furono brutalmente trucidati da miliziani del Polisario in rapporti organici con il Dsr algerino. La scorsa settimana, il tribunale militare di Rabat ha condannato i 25 saharawi, ritenuti autori del massacro, a pene detentive che vanno dall’ergastolo ai due anni di reclusione. Il governo marocchino ha acconsentito che alle udienze finali fossero presenti 52 osservatori internazionali e diverse ong. Osservatori che hanno, poi, ammesso la correttezza del processo svoltosi con tutte le garanzie, per gli imputati, e sulla base di prove inconfutabili. Uno smacco per i servizi algerini cui si è aggiunto il fatto che molti dei capi jihadisti, fuggiti dal nord del Mali, si sarebbero rifugiati nei campi saharawi di Tinduf, nel sud dell’Algeria. Una circostanza questa che, secondo la nostra fonte, farebbe il paio con l’aiuto fornito al Qatar, contrario all’intervento in Mali, dal Drs algerino nel far uscire dall’Azawad alcuni capi di Aqmi che ora si troverebbero in una località segreta nei pressi di Doha.
Ecco perché Parigi diffida dell’Algeria e considera il Marocco tra i suoi partner più importanti e affidabili. E’ di ieri la notizia dell’avvio presso “La Source”, un centro di documentazione della diocesi di Rabat, di un corso intensivo per studenti cattolici e protestanti sulla storia della chiesa. Il passo successivo sarà l’inaugurazione, nel mese di luglio, dell’istituto al Mowafaqa, voluto dal premier Abdelilah Benkirane, per offrire una formazione universitaria avulsa dal contesto marocchino e posta al servizio della chiesa cristiana in Marocco e altrove. Un segnale di apertura forte per un paese islamico circondato da una realtà inquinata dal fondamentalismo jihadista.