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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

IL CORPO VIVO

[La chiesa di Benedetto XVI, per lo storico Gregory, è l’antidoto alle tentazioni secolariste del Vaticano] –
New York. Fra gli osservatori americani del cattolicesimo circola una tesi che collega l’abdicazione di Benedetto XVI a una più generale sconfitta della chiesa nella battaglia contro i princìpi del mondo laico: la chiesa non soltanto è stata intimidita, come dice il filosofo Roger Scruton, ma di fronte alle minacce mondane si è rintanata in una teologia conservatrice che l’ha resa afona e l’ha alienata dai fedeli, specialmente nell’occidente che fu cristiano. Thomas Sheehan, professore di studi religiosi a Stanford, parla di un “approccio autoritario” che ha “eroso la fiducia dei fedeli nella gerarchia”; su un canovaccio analogo si muove anche l’influente gesuita Thomas Reese, che in un dialogo con il Foglio ha ricondotto i travagli della chiesa alla sua incapacità di articolare un linguaggio delle fede comprensibile per l’uomo contemporaneo. In questa visione, Benedetto XVI viene declassato da professore in trincea contro il relativismo a curatore fallimentare di una chiesa ripiegata su se stessa. A questa scuola di pensiero si oppone Brad Gregory, storico dell’Università di Notre Dame formato alla scuola di Lovanio, che studia il rapporto fra il cristianesimo e la secolarizzazione. Per Gregory le dimissioni di Benedetto XVI non sono il simbolo di una chiesa che capitola sotto l’assedio del mondo ma “la testimonianza di umiltà di un uomo che non è ossessionato dal controllo”, dice al Foglio. Il messaggio che il Papa manda al mondo è che “non è lui, come persona, il centro della questione”, dunque è un richiamo a riconsiderare la vera natura della chiesa: “E’ un corpo vivo – dice il professore – un organismo vivente che cambia. Attenzione: cambiare non vuol dire, banalmente, adeguarsi ai modelli delle istituzioni secolarizzate. Penso per esempio alla questione del celibato dei preti o del sacerdozio femminile. Cambiare per la chiesa vuol dire saper comunicare la verità agli uomini del suo tempo. In questo senso il gesto del Papa è il vero cambiamento, perché mette al centro la necessità di dire la verità al mondo tenendo conto, con grande realismo, dell’energia che questo richiede”.
(segue dalla prima pagina)
La chiesa è chiamata al cambiamento, ma non si tratta di una riforma in senso secolarizzato. Nel suo mastodontico saggio “The Unintended Reformation: How a Religious Revolution Secularized Society”, stroncato dalla cerchia degli intellettuali progressisti – su tutti lo storico delle idee Mark Lilla – Gregory ha scandagliato a fondo un paradosso: la riforma protestante, condotta sotto le insegne della purificazione della chiesa, della restaurazione dello spirito originario corrotto, ha finito per generare una società secolarizzata. Si è assimilata ai criteri che si proponeva di combattere. Il rischio che anche la chiesa cattolica si possa muovere in questa direzione esiste, ma le dimissioni di Benedetto XVI vanno nel senso opposto.
Anzi, Gregory vede la necessità di una continuità con la cifra del magistero di Ratzinger, che ha trovato “alcune delle sue più grandi espressioni nella lezione di Ratisbona, al Collegio dei Bernardini e nel discorso al Bundestag”; sono piuttosto fenomeni come l’assimilazione “politica” della chiesa americana che Gregory trova “problematici”: “In America – dice – la chiesa tende a rispecchiare le divisioni politiche. Ci sono i conservatori e i progressisti, ma se uno prende sul serio la natura della chiesa non può abbracciare totalmente un partito o l’altro. Questa tensione esiste ed è complicata da sciogliere. Il punto non è rifiutare la vita pubblica, anzi è proprio il contrario, ma non farsi cooptare dai termini della politica, cioè dai termini del mondo. In questo senso stimo molto il cardinale Dolan, che sta facendo un grande lavoro di ‘engagement’ con il mondo, ma senza farsi inquadrare nelle categorie del mondo”.