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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

CON IL VOLO IN ELICOTTERO INIZIA “L’ULTIMA TAPPA DEL PELLEGRINAGGIO” DI B-XVI

Roma. Quando alle 20 di ieri le guardie svizzere hanno chiuso il portone del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo lasciando la custodia della villa agli uomini della Gendarmeria, il pontificato di Benedetto XVI ha avuto ufficialmente termine. A Roma, negli stessi momenti, il Camerlengo Tarcisio Bertone apponeva i sigilli all’appartamento nel quale Joseph Ratzinger ha abitato per quasi otto anni, assieme ai due segretari e alle quattro memores. Un gesto “semplice”, l’ha definito nel quotidiano briefing padre Lombardi, il portavoce della Sala stampa della Santa Sede. Un rito che si ripete da secoli sempre uguale, con l’unica differenza che questa volta non c’è il lutto da osservare né il corpo di un Papa defunto da traslare nella basilica di San Pietro prima dei solenni funerali. Il commiato è stato festoso, e se il 2 aprile del 2005 il campanone della basilica vaticana annunciava a tarda sera con rintocchi lugubri e cadenzati la morte di Giovanni Paolo II, ieri le campane hanno suonato a distesa, evocando quella “grande gioia e fiducia” nel futuro della chiesa di cui tanto ha parlato in questi ultimi giorni di pontificato Joseph Ratzinger.
Tre ore prima dell’inizio della Sede vacante, Benedetto XVI lasciava per sempre il palazzo apostolico romano: un saluto al segretario di stato e ai dipendenti del Vaticano nel cortile di San Damaso, gli onori resi da un drappello di guardie svizzere schierate sull’attenti e il breve tragitto fino all’eliporto, dove, accolto dal decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano, è salito sull’elicottero che l’ha portato nella cittadina affacciata sul lago di Albano. In Vaticano tornerà tra due mesi, andando a vivere in un monastero (ora in fase di ristrutturazione) tra gli orti e le fontane, in fondo ai giardini. E’ lì che il Papa emerito senza più mantellina e anello piscatorio inizierà “l’ultima tappa del [suo] pellegrinaggio su questa terra”, come ha detto (parlando a braccio) affacciandosi per qualche minuto dal balcone del palazzo di Castel Gandolfo per salutare i fedeli. Nascosto al mondo e pronto a servire la chiesa in un altro modo, senza partecipare a seminari o conferenze, senza viaggi né altri incontri pubblici.
(segue dalla prima pagina)
L’esempio, diceva Joseph Ratzinger durante la sua ultima udienza del mercoledì in piazza San Pietro, è quello di san Benedetto, il monaco “che ha mostrato la via per una vita che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”. Lo seguirà, nella nuova dimora, anche monsignor Georg Gänswein, il segretario personale che Benedetto XVI ha voluto ordinare vescovo lo scorso gennaio, nominandolo al contempo prefetto della Casa pontificia. Anche ieri, mentre il Papa usciva dal suo appartamento nel palazzo apostolico, Gaenswein si è commosso. Era già successo al termine della messa delle Ceneri, lo scorso 13 febbraio: non appena il coro della cappella Sistina iniziò a intonare il “Tu es Petrus” di Giovanni Pierluigi da Palestrina tra gli applausi della folla che accompagnava l’uscita del Pontefice dalla basilica, il segretario del Papa non riuscì a trattenere le lacrime.
In mattinata, nella Sala Clementina, Ratzinger aveva salutato i 144 cardinali (elettori e ultraottantenni) già presenti a Roma, assicurando vicinanza nella preghiera “specialmente nei prossimi giorni, affinché siate pienamente docili all’azione dello Spirito Santo nell’elezione del nuovo Papa”. L’ultimo atto formale del mite professore bavarese diventato Pontefice in un pomeriggio di aprile di otto anni fa è stato promettere “incondizionata reverenza e obbedienza al futuro Papa”, che già oggi “è lì tra voi, nel Collegio cardinalizio”. Qualche ora più tardi, dal balcone del palazzo di Castel Gandolfo, il commiato definitivo dalle migliaia di fedeli che invocavano con forza il suo nome: “Grazie a tutti, buonanotte”.