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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

BORSE PIATTE, LADY SPREAD ALLA FINESTRA. IL PANICO È RIMASTO NELL’URNA

Roma. Dopo lo choc post voto, è tornata la calma apparente sui mercati. Alla fine di una seduta segnata dalla volatilità, il listino italiano, che nei giorni scorsi ha azzerato i guadagni messi a segno da inizio anno, ieri ha chiuso in leggero rialzo (0,6 per cento), anche le altre Borse europee hanno chiuso poco sopra la parità. Lo spread continua a scendere dai picchi di lunedì: il differenziale fra titoli decennali italiani e tedeschi ha chiuso a 328 punti base, in calo rispetto a ieri ma sempre sopra i livelli pre-voto. Questo nonostante da giorni circolino report catastrofici sulle prospettive politiche in Italia. L’ultimo, diffuso nella tarda mattinata di ieri, è quello di Citibank nel quale si prospetta una ristrutturazione del debito, come avvenuto in Grecia, in caso di un prolungato stallo nella formazione del nuovo esecutivo. Ipotesi che a conti fatti non ha avuto presa sugli investitori. A influenzare positivamente gli scambi sono stati i dati migliori delle attese sui sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti e il rialzo del pil americano dello 0,1 per cento, diversamente da quanto preventivato un mese fa dal dipartimento del Commercio. Si tratta del quattordicesimo mese consecutivo di (modesta) crescita per l’economia americana. Ciò accade mentre una nuova crisi di governo in Slovenia, con rischio default, mina la stabilità della piccola economia entrata nell’euro nel 2007.
“Sembra che i mercati stiano tentando di identificare quali saranno i prossimi passi per l’Italia relativamente alla possibilità di approvare nuove riforme e alla formazione di un governo”, dice al Foglio Michael Hewson, analista di Cmc markets, che si aspetta “2-3 mesi di incertezza politica”. Hewson aggiunge che “gli oltre nove milioni di italiani che hanno votato per Beppe Grillo ci dicono come non possa che risultare fallimentare ogni tentativo di Pier Luigi Bersani di proseguire sulla strada delle politiche raccomandate dall’Europa: un grosso problema per tutti, specialmente se i rendimenti dei bond italiani dovessero superare il 5 per cento”, una soglia psicologica. Ma l’incertezza non permea solo le sale operative, anche l’establishment economico si interroga sulle prospettive postelettorali.
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Oltre alle reazioni dei mercati ci sono quelle dell’establishment economico nazionale, reazioni oscillanti tra pessimismo e speranza nel futuro. Ieri il Financial Times rendeva conto della posizione di Enrico Cucchiani, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, in passato sostenitore del governo tecnico guidato da Monti. “Non vedo nessun vincitore in queste elezioni, solo perdenti”, riporta il quotidiano della City. “Penso che l’Italia nel complesso abbia perso perché andiamo incontro a un periodo di incertezza, gli italiani perdono perché dubito che vedremo nel breve periodo le riforme strutturali di cui il paese ha bisogno”, ha detto Cucchiani. Dichiarazioni in linea con il pensiero espresso in un’intervista a Repubblica dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: “I prossimi sei mesi saranno terribili, i peggiori da qui a cinquant’anni”, ha detto il capo della lobby degli industriali aggiungendo che l’agenda proposta da Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle, è disastrosa per l’economia italiana (“l’industria sarebbe finita”). Eppure questa visione non è condivisa da tutti gli esponenti dell’economia italiana. Il patron di Luxottica e azionista di peso delle assicurazioni Generali, Leonardo Del Vecchio, ad esempio, è “ottimista”. Dopo lo stupore iniziale per la vittoria del M5s ha riflettuto – “forse va bene. Perché sono giovani! – e non scarta l’ipotesi di Grillo presidente del Consiglio. Un ex banchiere di un grande istituto dice al Foglio che questo risultato è “l’occasione per una frustata necessaria all’Italia, che soffre di un enorme problema di giustizia e diseguaglianza per distribuzione di reddito e ricchezza, tema che è stato espunto dalla campagna elettorale”, dice l’ex banchiere.