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 2013  febbraio 28 Giovedì calendario

REP. CAMBIA LINEA: MORTO UN BERSANI SI FA UN RENZI (TENDENZA BARICCO)

Prima “carta straccia”, adesso carta buona? Appena appena, con cautela – si può intuire, si può intravedere, pare di avvertire –: ma a Largo Fochetti chiuse le urne si schiudono i cassetti della riconsiderazione. Dopo tanto aver dato a Bersani, e parecchio aver dato (contro) al suo antagonista alle primarie, Matteo Renzi, ieri a Repubblica, come nella canzone di Guccini, si è aperto “il mese del ripensamento”. Al quotidiano di Ezio Mauro, il sindaco rottamatore è sempre stato poco simpatico. E se il direttore poteva a volte chiudere un occhio, ben spalancati li teneva entrambi il Fondatore. E’ stato, quello di Eugenio Scalfari, durante tutta la fase delle primarie, un deciso quasi compulsivo batti e ribatti sul primo cittadino fiorentino. Giudizi lapidari, sentenze inappellabili: “Quindi il suo programma è carta straccia”, “politicamente molto più di centrodestra che di centro-sinistra”, “se vincerà le primarie il Pd si sfascerà, perché se ne andranno tutti quelli che fin qui hanno votato Pd come riformista di centrosinistra” – insomma, Scalfari minacciava apertamente di negare il suo voto. E per finire, e come accusa che non lasciava possibilità di ripensamento alcuno: “Non a caso Berlusconi loda Renzi pubblicamente…”, che pure Matteo qualche (politicamente) azzardata visita serale ad Arcore aveva fatto, e il Cav. il tocco letale della sua approvazione aveva reso pubblico: “Renzi porta avanti le nostre idee”. Scintille tra i due anche quando furono contrapposti – ma il Fondatore solo con un’intervista registrata – nello studio di Lilli Gruber. “Se diventasse premier dovrebbe confrontarsi con gente come la Merkel e Draghi. Francamente non ce lo vedo”, scolpì Scalfari. Il chiamato in causa reagì brutalmente: “Se Eugenio Scalfari non voterà per me alle primarie me ne farò una ragione. E forse è meglio così, visti i precedenti”. Giusto un tentativo di sopire il divampare delle accuse, subito dopo il risultato delle primarie, quando Scalfari paragonò l’atteggiamento di Renzi con quello di Ichino, passato con Monti: “Ha mantenuto la parola, non come Ichino. A me, quando faceva il rottamatore, mi sembrò troppo semplicista e rozzo nel pensare e nel dire. Adesso m’è diventato simpatico perché anch’io cambio”.
E forse adesso, a sconfitta avvenuta del candidato Bersani, si è messa in moto tutta un’intera corrente di simpatia renziana dalle stanze di Largo Fochetti. Così ieri a Repubblica si suonava un’altra musica. A parte l’addio di Ezio Mauro al bersanismo, “un riflesso di conservazione, di garanzia degli apparati e dei gruppi dirigenti, che già si spartivano posti di governo in organigrammi improbabili”, intervista a Graziano Delrio, presidente dell’Anci e fedelissimo renziano, lungo articolo per narrare perché “l’ombra del sindaco di Firenze si allunga sul futuro del Partito democratico. Renzi per il momento fa pesare, eccome, la sua assenza e il suo silenzio pubblico”. E un’altra intervista, di un’intera pagina, ad Alessandro Baricco – che Renzi avrebbe voluto come suo ministro della Cultura. E dunque, “facce e idee vecchie, la stagione del Pd è finita”, e ovviamente “Renzi avrebbe attratto anche gente diversa”. Ma lo stesso, si potrebbe dire, questa è solo scontata cronaca post elettorale. Ma il nuovo innamoramento di Repubblica si svela completamente nel suo sito: un servizio di ben quindici foto del Renzi stesso: che sbadiglia, si chiude gli occhi, osserva, si annoia, si fa attento. Davvero un bravo, giudizioso figliolo. Praticamente, uno di casa.