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 2013  febbraio 28 Giovedì calendario

DEMOCRAZIA ELITARIA ALLA PROVA DELL’URNA. GIROTONDO DI IDEE

[Monti, il governo di quelli che sanno e il populismo. Parlano Bussani, Goulard, Ichino, Ruggeri, Zingales] –
Roma. Per gestire la terza economia dell’Eurozona e le aste dei Bot del terzo debito pubblico del pianeta, Beppe Grillo vuola “una madre che ha tirato su tre figli”, altro che “i bocconiani, queste persone non sanno cos’è l’economia”. Il comico lo disse a metà gennaio nella prima tappa dello Tsunami tour. Oggi, a elezioni concluse, con il Movimento 5 stelle primo partito nazionale (25 per cento) e la lista di Mario Monti non proprio decisiva (con il suo 10 per cento), pare che gli italiani non sappiano che farsene del comando di quelli che sanno. Più che l’agenda Monti, insomma, la battuta d’arresto la subisce il modello di democrazia che l’ex commissario europeo proponeva, una “democrazia a trazione elitaria” l’abbiamo chiamata sul Foglio, dove competenza e merito delle élite di governo sono utili anche a temperare certi eccessi democraticisti che esaltano pancia e “veduta corta” degli elettori.
Alla prova dell’urna, dunque, vince la-mamma-con-tre-figli a Via XX Settembre piuttosto che il bocconiano cosmopolita? “Questa è pura demagogia, anche io sono mamma di tre figli, e allora?”. A rispondere così è Sylvie Goulard, parlamentare europea con passaporto francese, laureata alla scuola della nomenclatura parigina, l’Ena, coautrice assieme a Monti del libro “La democrazia in Europa”, terminato di scrivere durante l’esperienza a Palazzo Chigi. “E’ una caricatura dire che i tecnocrati siano, per definizione, senza cuore. Le sofferenze nella popolazione ci sono, eccome. Ma se il criterio per essere scelti è soltanto quello di essere mamma di tre figli, e non di essere competente, questo puzza di maschilismo. E poi, cosa dirà quella mamma nel giorno in cui dovrà partecipare alla sua prima riunione dei ministri delle Finanze dell’Eurozona?”. Goulard nel voto italiano trova comunque un messaggio salutare: “L’Europa non può andare avanti con le attuali politiche, e soprattutto non con questo modello intergovernativo”. Perché il problema, secondo la parlamentare, è che il “deficit democratico” a livello Ue ha “un impatto sugli stati nazionali”. Molti elettori infatti cedono a estremisti e populisti nella speranza di poter incidere su “decisioni che però sono in larga parte prese altrove. Risultato: oggi chi ha vinto le elezioni in Italia non è davvero in grado di governare”. A questo punto però le urne consegnano anche un messaggio poco rassicurante: “E’ incredibile che Silvio Berlusconi possa aver proposto di restituire dei soldi che servivano per ridurre il debito. Come è incredibile che Beppe Grillo abbia potuto dire che è facile uscire dall’euro senza essere contestato seriamente”. Soprattutto, viene penalizzata l’unica opzione politica, quella montiana, davvero consapevole “dell’interdipendenza che caratterizza oggi la nostra vita di europei”. “Non ci vuole soltanto la competenza – conclude – Però la politica, come dicevano già i padri fondatori del federalismo americano, non deve sempre seguire pulsioni e istinti della maggioranza, deve aiutare la gente a riflettere. Nei bambini che entrano in un negozio di giocattoli, per esempio, c’è molta voglia di soddisfazioni nell’immediato, ma occorre indirizzarli a pensare nel lungo termine. Non ho mai pensato che un messaggio di austerità e di riforme coraggiose, frutto di un anno di governo Monti, potesse diventare d’improvviso maggioritario. In fondo anche Winston Churchill, vinta la Seconda guerra mondiale, fu cacciato dagli inglesi”. Un elettore grillino avrebbe facile gioco a replicare che Churchill, prima di andarsene, fece quantomeno cambiare idea ai tedeschi, ma questo non è il punto.
Pure secondo Mauro Bussani, professore di Diritto comparato all’Università di Trieste e candidato nella lista Monti (“ma solo simbolicamente, sapevo di non essere eletto”, precisa), il problema non è tanto nell’offerta politica elitista del premier, ma nella domanda elettorale: “Il voto italiano non coglie il bisogno profondo di competenza che hanno oggi tutte le società complesse occidentali, inclusa la nostra. Non è colpa degli elettori – sottolinea – ma del modo in cui establishment e media hanno trattato Monti”. L’ex presidente della Bocconi, effettivamente, è stato acclamato come salvatore nel 2011, salvo poi raccogliere freddezza trasversale al momento della discesa in campo. Qualche osservatore, per esempio, si stupisce della nettezza con cui ora il Corriere della Sera – quotidiano di cui Monti fu a lungo editorialista – commenta le elezioni: “Il grandissimo sconfitto di queste elezioni è il professor Monti, quarto debolissimo protagonista di questa partita che ha perduto”, ha detto il direttore Ferruccio de Bortoli, che ieri ha aggiunto: “Il paese ha sofferto molto e noi ce ne siamo accorti poco”. Mentre sulla Stampa di Torino, due giorni fa, una firma di punta come Massimo Gramellini iniziava il suo articolo così: “Di sicuro in queste elezioni c’è solo che Beppe Grillo ha vinto. E lo ha fatto realizzando una sollevazione di massa contro le élite”. E’ lo stesso quotidiano, di proprietà della famiglia Agnelli, che non si spese a favore della rupture anti consociativa dell’ad del Lingotto, Sergio Marchionne, e tantomeno delle uscite pubbliche Monti-Marchionne nel dicembre scorso. Bussani, che il tema della democrazia e delle élite lo ha trattato sulle principali riviste accademiche anglosassoni, critica un “discorso pubblico che ha di fatto ignorato l’opzione montiana, consentendo che fosse scavalcata dal populismo. Colpa di élite italiane che sono a tutt’oggi molto protette dal corporativismo domestico, che non sentono la frusta della globalizzazione”. Ma prima o poi quella frusta la sentiranno, è il sottinteso del ragionamento più ottimista che al Foglio consegna Pietro Ichino, giuslavorista riformista, ex pd passato a guidare la lista Monti: “Il modello di democrazia proposto da Monti non è stato rigettato. Il risultato delle urne non è definitivo e conclusivo. A patto che non finiamo prima gambe all’aria, infatti, credo che gli orientamenti dell’opinione pubblica si mostreranno volatili. Nel momento in cui i conti correnti saranno a rischio e il valore degli immobili scenderà vertiginosamente, ci sarà una riscoperta dell’agenda Monti, con tutto quello che ne consegue”.
Di diverso avviso Luigi Zingales, economista dell’Università di Chicago, che riconosce in Grillo il “vero vincitore” di queste elezioni, altro che Monti. “Innanzitutto perché era più credibile, ha iniziato a lavorare a questo risultato sei anni fa. Poi perché ha combattuto tutto l’establishment italiano”. Non che Monti sia stato coccolato dai grandi giornali o perfino da alcuni compagni di strada che a un certo punto hanno fatto un passo indietro, vedi Luca Cordero di Montezemolo o Andrea Riccardi, non trova? “Il Corriere della Sera era con lui, metà Confindustria pure – replica Zingales – Il problema è che secondo Monti soltanto l’establishment politico è corrotto, non quello economico. Invece i due sono alla pari”. Su una cosa il professore della Bocconi “aveva ragione”: “Destra e sinistra sono concetti che possono essere superati, e Grillo di questo si è avvantaggiato”, dice l’economista che ha appena pubblicato una ricerca per spiegare perché l’opinione dell’americano medio è spesso (e a ragione) diversa da quella dell’economista medio.
Riccardo Ruggeri, già dirigente Fiat ed editorialista di ItaliaOggi, non si scandalizza per l’idea di fondo della proposta Monti: “E’ dalla notte dei tempi che i più bravi comandano, dev’essere così”. Ma punta il dito sull’errore fatale del professore: “Il problema è che le stesse élite oggi, non solo in Europa, sono spesso degradate perché scarsamente meritocratiche. E’ la selezione della specie, in questa fase, a non essere corretta: una laurea e un master prestigioso, un passaggio in McKinsey o Goldman Sachs, un assistentato di un ad o di un commissario Ue non fanno un buon ministro. I Savoia ‘assunsero’ Cavour non per il suo titolo di conte, ma perché era un leader”.