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 2013  febbraio 28 Giovedì calendario

TUTTI INVOCANO DRAGHI, MA PER CHIEDERE LO SCUDO SERVE UN GOVERNO

[Agitata l’asta dei Btp, spread a 335.
Il ministro delle Finanze tedesco avverte: “Rischio contagio alla greca”] –
Roma. Il Tesoro tira un sospiro di sollievo perché i titoli di stato venduti nell’asta di ieri sono stati tutti piazzati e il rendimento non ha superato la soglia critica del 5 per cento. Ma il clima sui mercati è fetido dopo l’impasse sulla formazione dell’esecutivo a seguito di elezioni inconcludenti. Per capire l’aria che si respira oltralpe bastano le dichiarazioni del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, che ieri ha parlato di “rischio contagio” dall’Italia, ha chiesto che si decida “rapidamente” il nuovo governo, poi ha evocato il precedente greco. C’è chi si consola perché ieri sono stati venduti tutti i 2,5 miliardi di titoli quinquennali e 4 miliardi di Btp decennali, ma i tassi sono risaliti, in linea con lo spread che ha chiuso a 335 punti base, ancora sopra i livelli pre voto. L’Italia resta solvibile ma il premio al rischio sale: i credit default swap, titoli d’assicurazione contro il fallimento dell’emittente, sono ormai più alti di quelli spagnoli. “Inutile negarlo, i mercati vogliono un accordo tra Pd e Pdl per fare alcune riforme fondamentali prima di tornare al voto”, spiega il rappresentante in Italia di una grande banca internazionale. L’idea di un gabinetto sostenuto dai grillini caso per caso o di un governo di minoranza che cerchi di vivacchiare fino all’autunno fa venire la pelle d’oca a chi deve comprare titoli italiani. E’ vero, nell’ultimo anno si è verificata una rinazionalizzazione del debito – ormai meno di un terzo è in mani straniere –, tuttavia i prezzi vengono fatti sul mercato secondario e non si può chiedere alle banche italiane di scontare perdite colossali sugli oltre 200 miliardi di Btp acquistati tra 2011 e 2012. E’ per questo che le azioni delle banche ora vanno male in Borsa.
Sul mercato, però, non ci sono solo i titoli pubblici. Il giudizio negativo dell’agenzia di rating Moody’s influenza anche le obbligazioni delle imprese private, rende più cara e più difficile la raccolta di denaro, peggiora la stretta creditizia. Ecco perché all’ordine del giorno potrebbe esserci quanto sostenuto ieri in un editoriale del quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, cioè un intervento straordinario della Banca centrale europea di Mario Draghi. Potrebbe infatti essere un vantaggio per chiunque se nei prossimi mesi la rete di sicurezza della Bce offrisse il tempo necessario a far smaltire la sbornia: l’Italia è troppo grande e importante per lasciarla andare alla deriva, lo riconosce anche Merkel. A Bruxelles sarebbero pronti a offrire il rinvio di un anno al pareggio del bilancio. Ma cosa può fare Draghi? Ieri sera è stato lo stesso banchiere centrale a evidenziare che la politica monetaria ha dei “limiti”: “Non possiamo risolvere i problemi radicati nella struttura delle economie europee”. C’è però il “bazooka”, alias meccanismo salva stati. Per farvi ricorso occorrono alcune condizioni: una vera crisi finanziaria (e oggi non ci siamo ancora), ma anche un governo con il quale negoziare le condizioni dell’aiuto (e questo non ci sarà, quanto meno non prima di un mese). Benoît Coeuré, membro del comitato esecutivo della Bce (vicino a Draghi), esclude di usare lo scudo per l’Italia. “Se i tassi salgono a causa di eventi politici, non c’è molto che la Bce possa fare. Non è collegato in alcun modo alla politica monetaria”. E poi: il programma Outright monetary transactions, Omt, c’è “per essere usato se i paesi rispettano le condizioni”. Dunque, è un’arma a doppio taglio: per comprare direttamente titoli pubblici, la Bce chiede stabilità politica come prerequisito e rigore economico come condizione. Esiste uno strumento più tradizionale con cui Draghi potrebbe proteggere l’Italia: l’acquisto di Btp sul mercato secondario. L’ha già fatto tra il 2010 e il 2012, ma i tedeschi vogliono che non succeda più. Di qui alle elezioni tedesche di settembre, la Bundesbank si opporrà. Anche dopo, ma a quel punto sarà una scelta del nuovo governo. Dalle urne italiane, del resto, è venuto “il più massiccio rifiuto dell’austerità”, dice Charles Grant, direttore del Centre for European Reform di Londra: “L’euro non è salvo finché non torna la crescita nel sud”. Un avvertimento a Berlino e un sostegno a Draghi.