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ROMITI Cesare Roma 24 giugno 1923. Manager, Presidente della Fondazione Italia Cina, da lui costituita nel 2003

ROMITI Cesare Roma 24 giugno 1923. Manager, Presidente della Fondazione Italia Cina, da lui costituita nel 2003. Ex amministratore delegato della Fiat (1976-1996, dal 1996 al 1998 presidente), ex presidente della Rcs (1998-2004) e della Impregilo (2005-2007).
Laureato in Economia e Commercio, ha cominciato la sua carriera nel gruppo Bomprini Parodi Delfino, divenendone vicedirettore generale nel 55. Nel 68 ha giocato un ruolo chiave nella fusione fra il gruppo Bomprini e la Snia Viscosa, di cui assunse poi la guida. Nel 70 è all’Alitalia, nel 73 all’Italstat, nel 74 è giunto al gruppo Fiat come direttore finanziario, scalando via via la gerarchia del gruppo. Amministratore delegato dal 76, ha affrontato gli anni del terrorismo, la grande ripresa degli anni Ottanta, la crisi del 93, il successo degli anni Novanta. Nel 98 ha lasciato la carica di presidente del gruppo per diventare presidente della Rizzoli-Corriere della Sera, nel 2005 è passato alla presidenza di Impregilo, lasciata nel 2007. Oggi è impegnato con la presidenza della Fondazione Italia Cina, istituita “per migliorare l’immagine e le modalità della presenza dell’Italia in Cina e per realizzare un diverso posizionamento strategico-commerciale”.
• Prima di andare alla Fiat e di diventare un pezzo di storia dell’industria italiana, aveva «già fatto qualcosetta. Per dire, ero già stato amministratore delegato dell’Alitalia. Lo so, l’esperienza a Torino accanto all’Avvocato (venticinque anni: e che anni!) è stata così importante che pare io abbia fatto solo quello. Ma andai alla Fiat che avevo già passato la cinquantina» (da un’intervista di Gian Antonio Stella) • è figlio di un impiegato statale: «Si chiamava Camillo, era figlio di un artigiano e lavorava alle Poste. Eravamo tre fratelli, io ero quello di mezzo. Abitavamo dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme e stavamo piuttosto stretti. Non era una famiglia ricca. Anzi, diciamo pure che, con uno stipendio solo in casa, facevamo una vita dura. Di stenti. Pollo solo alla domenica? Quando c’era. Dopo la morte di papà, che perdemmo nel 41, quando io avevo 17 anni, mancò pure quello. Mamma non lavorava, vivevamo con la sua pensione di vedova. Eppure mi ricordo felice. Sì, sono stati gli anni più felici della mia vita» • «Si rideva con niente. Per andare a scuola mi facevo cinque chilometri a piedi, ridendo e giocando, senza prendere il tram perché costava. Non ricordo di essermi mai posto neppure il problema, del tram. Si camminava e basta. In allegria. Si camminava e si pedalava. L’anno prima di morire papà, una mattina, mi fece trovare una bicicletta in regalo. Nera. Non ricordo di aver più avuto un momento di felicità intenso come quello. Mai. Ci andai perfino in Abruzzo, con quella bici. Panini con la mortadella e marmellata in tavoletta. Ma ero pieno di progetti. Ero indeciso fra tre idee. Il primo sogno era quello di fare il segretario comunale in un paese piccolissimo, il più piccolo possibile. Il secondo di fare il direttore d’orchestra: in realtà non sapevo molto di musica ma mi affascinava questa figura con la bacchetta che riesce a dirigere tanti uomini. Il terzo era fare il farista. Guardiano del faro. Vado matto per i fari. Ecco, questi erano i sogni. Non son riuscito a realizzarne uno» • «Cominciai come impiegato in un paio di banche. Poi andai a lavorare a Colleferro, alla Bombrini Parodi Delfino. Lì si compì la mia formazione manageriale, lì fui il promotore della fusione con la Snia Viscosa, lì diventai direttore generale finanziario. Da lì partii per arrivare a fare l’amministratore delegato all’Alitalia. Mi sono sposato giovane. Molto giovane. E squattrinato. Mia moglie venne a vivere con mia madre e i miei fratelli. Il nostro primo “lusso” fu una Topolino. Di seconda mano. Fatti dieci chilometri cominciò a fumare e si piantò» • «A Torino finii su consiglio di Cuccia. L’avevo conosciuto al momento della fusione con la Snia Viscosa. Personaggio affascinante. Unico. Apertissimo. Un azionista antifascista che aveva la moglie che si chiamava Idea Socialista e una cognata di nome Vittoria Proletaria. Un uomo intellettualmente interessato a tutto, che trattava coi grandi della finanza ma era pieno anche di amici di sinistra. Ricordo la curiosità con cui volle conoscere Valentino Parlato, che era amico mio. Valentino venne a
Torino durante quei famosi 35 giorni di sciopero dell’80. Praticamente si era proprio trasferito a Torino. Era convinto non solo che io avrei sbattuto il grugno su quello sciopero, non solo che la Fiat ne sarebbe uscita stravolta ma che nella scia di questa vittoria operaia sarebbe arrivato proprio il comunismo. Lo volli conoscere. Per capire come mai... Ci trovammo a pranzo con Guido Rossi. Scoprii un uomo intelligentissimo» • «Quando arrivai le impiegate Fiat non potevano vestire di rosso, non potevano portare i pantaloni, non potevano mettere le scarpe a punta... Era una enorme azienda dove tutta la contabilità era ancora fatta a mano. Dove i conti erano stati tenuti per anni e anni, così voleva Valletta, dalle segretarie. Come la leggendaria “Tota” Bava. Quando arrivai trovai una situazione da mettersi le mani nei capelli.
Valletta era morto da sei anni lasciando una liquidità enorme: enorme. Eppure, eravamo in novembre, non c’erano in cassa neanche i soldi per le tredicesime. In sei anni avevano fatto delle cose... Il fatto è che quella è un’azienda che ha bisogno di un capo. Un capo vero. Ne avrò parlato mille volte con l’Avvocato, che ne era perfettamente cosciente: gli Agnelli sono bravissimi a regnare. Non a governare. Dissi: qui bisogna pagarle, le tredicesime. Mettiamo tutte insieme le banche con cui abbiamo a che fare e facciamoci dare i soldi. Mi ricordo il viaggio a Milano con il responsabile dei rapporti con le banche. Era affranto, inconsolabile: “Noi, la Fiat, chieder soldi, che vergogna, che vergogna...”. C’era da cambiar tutto, là dentro. E facemmo davvero la rivoluzione. La situazione era pesantissima, economicamente e politicamente. Rapporti sindacali tesissimi, infiltrazioni eversive, collegamenti diretti col terrorismo... Tanti anni dopo pare impossibile ma, a parte gli assassini terribili di Casalegno e Ghiglieno, spararono a sessanta dipendenti. Dico: sessanta dipendenti vittime di attentati! Era invivibile. Invivibile» • Nel 1976 lo scontro con Carlo De Benedetti, chiamato a guidare la Fiat e mandato via dopo tre mesi. «Più che nemico l’Ingegnere è stato un mio rivale. Dirigeva la Gilardini che poi noi comprammo in cambio di azioni Fiat. La trattativa la fece con Gianni e Umberto Agnelli, spuntando una cifra che io certo non gli avrei mai dato. Quando entrò al Lingotto pensò di poterla fare da padrone assoluto. In cento giorni voleva cambiare tutto, comandare. Ma mi accorsi che certe sue operazioni non mi convincevano» (da un’intervista a Paolo Madron) • Nel 88 un altro scontro, stavolta con Vittorio Ghidella, costretto a dimettersi da Ad di Fiat Auto. «Avevo una grande stima per Ghidella, tant’è che quando mi disse che non poteva convivere con Nicola Tufarelli alla guida dell’Auto, consigliai l’Avvocato perché scegliessimo lui. Stimavo l’uomo e la sua dedizione al lavoro. Mi colpiva quando diceva che alla sera mangiava nel gavettino, come un vecchio meccanico torinese. L’allontanamento derivò da fatti che non ho mai rivelato né intendo farlo ora» • Con Agnelli si diedero sempre del lei. «È vero. Un giorno, dopo qualche anno, mi disse: "Si è accorto che ci diamo ancora del lei?". Risposi che andava bene così. Perché era un "lei" che sottintendeva una confidenza molto più intima di quella di un "tu". Lo dico oggi, con un certo pudore: l’Avvocato con me si confidava molto. E io nel mio piccolo facevo altrettanto. Parlavamo di tutto: le famiglie, le amicizie, le donne» (da un’intervista ad Aldo Cazzullo) • Al funerale di Giovanni Agnelli rimase in piedi tutto il tempo. «Perché lui in chiesa faceva così. Ricordo una domenica in cui andai a trovarlo a Villar Perosa. Mi portò a messa. La moglie con i figli erano davanti. Lui era in fondo, e rimase in piedi per l’intera funzione: "Romiti, rimanga in piedi con me". Gliene chiesi il motivo. Rispose che aveva avuto un’educazione cattolica, e quello era il modo per dimostrare, se non la fede, la fedeltà. Restare in piedi al suo funerale era il mio modo di rendergli omaggio». (da un’intervista a Cazzullo) • Tentarono di rapirlo: «A Roma. Mi andò bene che quella volta avevo cambiato programma. Quella sera mi dissi: qui si vede se ho i nervi saldi o no. Se dormo ce li ho, sennò no. Dormii. Quelli che mi volevano rapire, poi, parlarono. Ci furono polemiche forti. Il giudice aveva detto ai poliziotti: “Ci vediamo lunedì”. In pratica lasciò loro un giorno e mezzo per i primi interrogatori. E da lì partì anche la liberazione di Dozier. Me lo chiesero, qualche anno dopo, un incontro. Mi scrissero dal carcere. Volevano conoscermi. Dissi di no. Sbagliai. Oggi mi dispiace, di non aver accettato» • Quando lasciò la Fiat incassò una liquidazione di 196 miliardi di lire. Tuttora la più alta della storia d’Italia. (Gianni Dragoni) • «Ha ottenuto la quota in Gemina come liquidazione per i suoi 23 anni al timone della Fiat. E con il supporto di Cuccia e dei suoi alleati ha preso il controllo di Rcs (allora Hdp) e di Impregilo. In Hdp ha “sistemato” il primogenito Maurizio, mentre il business delle costruzioni è stato affidato all’altro figlio Piergiorgio. Il primo, nei suoi anni di gestione, si è cavato poche soddisfazioni e ancor meno ne ha regalate ai suoi azionisti visto che con la disastrosa diversificazione nella moda ha bruciato oltre 500 milioni di euro di perdite. Unica consolazione — per lui, meno per i soci — la maxi-liquidazione da 16,7 milioni con cui è uscito di scena. Piergiorgio invece ha pagato le difficoltà delle grandi opere e alla fine, venduta Impregilo a Gavio e Benetton, ha dovuto passare la mano. L’inizio della fine è stato però a giugno 2004 quando Gemina, a corto di liquidità, è stata costretta a cedere la quota in Rcs. Strappare il Corriere a Cesare Romiti è stato come tagliare i capelli a Sansone: il suo potere d’interdizione in quello che resta del salotto buono — dopo l’addio a Via Solferino — si è ridotto di molto. Così in pochi mesi le vecchie alleanze — in apparenza granitiche — si sono rivelate più fragili del previsto» (Ettore Livini) • Non ha rapporti con Sergio Marchionne, l’attuale Ad della Fiat. «Ho incontrato Marchionne appena nominato alla guida dell’azienda. Venne a trovarmi a Milano con John Elkann. Mi disse che mi avrebbe invitato a pranzo al Lingotto. Dopo di allora non ci siamo più visti. Ma ho avuto la netta sensazione che qualcuno gli avesse detto che era meglio non mi frequentasse» (Madron) • Nel 2012 ha pubblicato un libro-intervista di sue memorie con il giornalista Paolo Madron: "Storia segreta del capitalismo italiano. Cinquant’anni di economia, finanza e politica raccontati da un grande protagonista". Racconta che Berlusconi lo chiamò per dirigere il suo gruppo. Lui rifutò: «Non credo che con un padrone accentratore come Berlusconi avrei avuto grandi margini di manovra». Agnelli invece «voleva occuparsi solo delle strategie». (Sergio Bocconi) • Berlusconi gli propose anche di candidarsi contro Veltroni alle municipali di Roma del 2001. “Mi sarebbe piaciuto occuparmene. Comunque non se ne fece niente. Era prima di Natale, Berlusconi poi partì per le vacanze e qualche giorno dopo lessi sui giornali che aveva candidato Antonio Tajani”. (Madron) • «L’errore più grosso? Mah... Ne ho fatti talmente tanti... Una cosa di cui mi sono pentito, per esempio, è aver rinunciato per due volte di fare il presidente di Confindustria. “Ma che ci va a fare...” mi diceva l’Avvocato. Invece... Insomma, mi sono convinto che, in quegli anni, avrei potuto segnare una svolta. Si poteva incidere molto più che oggi» • «La condanna per le tangenti? Quello fu il momento più amaro» è tifoso della Roma, ma a Torino ha imparato ad apprezzare i colori bianconeri: «Nella mia città, quando ci tornavo, me lo rinfacciavano, ma io me la cavavo dicendo che la Roma restava mia moglie e che la Juve era “solo” l’amante» (da un’intervista di Franco Arturi).

[Aggiornato al 31.01.2013]