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ARAFAT Yasser (Mohammed Abder Rauf Arafat al-Kudwa al Husseini). Nato al Cairo (Egitto) il 24 agosto 1929, morto a Parigi (Francia) l’11 novembre 2004

ARAFAT Yasser (Mohammed Abder Rauf Arafat al-Kudwa al Husseini). Nato al Cairo (Egitto) il 24 agosto 1929, morto a Parigi (Francia) l’11 novembre 2004. Politico. « Physique du rôle, questo no. Fisicamente, Yasser Arafat sembrava più un bottegaio egiziano o libanese che uno statista o un condottiero. Piccolo e grassoccio, la calvizie nascosta dalla keffyah, indosso una strana uniforme perennemente stazzonata. I modi che mostrava col visitatore straniero erano troppo cordiali, un po’ untuosi. Pochi si salvavano infatti dall’essere baciati due o tre volte sulle guance. Italiano? L´Italia è il paese che sentiamo più vicino alla nostra causa. Venezuelano, belga, giapponese? Lo stesso. E intanto i famigli già arrivavano con caffè, tè, grandi bicchieri d´acqua fredda e pacchetti di cattive sigarette Kent. Per un giornalista, era quanto di più inaffidabile si possa immaginare. Parlava troppo, si contraddiceva ad ogni piè sospinto, a volte negava ruggendo quel che aveva detto a chiare lettere appena il giorno prima. Danny Rubinstein, il giornalista israeliano autore d’una delle tante biografie di Arafat, racconta un episodio che sembra incredibile ed è invece sicuramente vero. Alla vigilia della guerra del Golfo, nel 1991, il palestinese era stato con il re di Giordania l’unico leader arabo a prendere le parti di Saddam Hussein. Gli altri erano o entrati nella coalizione allestita sotto le bandiere dell’Onu, o quanto meno - come nel caso di Gheddafi - tacevano corrucciati. Arafat no, lui difendeva Saddam e tuonava contro la guerra decisa da George Bush padre. Ma l’anno dopo, quando Rubinstein andò a intervistarlo nell’esilio di Tunisi e gli chiese come mai avesse preso una posizione tanto sbagliata, la risposta fu stupefacente: ”Io schierato con Saddam? Ma che dice, di che sta parlando, chi le ha raccontato questa frottola?”. Sì, bugiardo. Basta pensare che non s’è mai riusciti a capire bene dove fosse nato. La versione più attendibile - sostenuta a quanto pare da qualche documento - è che avesse visto la luce al Cairo nel 1929. Ma a lui, in quanto leader della nazione palestinese, conveniva dire d’esser nato in Palestina. Solo che faceva una gran confusione sul luogo di nascita: una volta dicendo Gerusalemme, un’altra Gaza. Del resto, la sua carriera era cominciata proprio a forza di falsità, esagerazioni propagandistiche, fandonie. S’era nel 1965, e il gruppo che Arafat aveva fondato qualche anno prima, al Fatah, cominciò a organizzare i primi attentati in territorio israeliano. Poca roba, qualche congegno esplosivo che spesso non esplodeva. Ma all’indomani d´ogni operazione armata dei suoi uomini (che operavano dal Libano, dalla Giordania, o dalla Striscia di Gaza allora sotto controllo egiziano), nei villaggi palestinesi venivano distribuiti centinaia di volantini che raccontavano di danni giganteschi inferti all’esercito israeliano: carri armati distrutti, depositi di munizioni fatti saltare, battaglioni d’ebrei in fuga. L’apice di queste rodomontate fu raggiunto nel ’68, quando gli israeliani tentarono una spedizione punitiva contro il villaggio di Karameh, subito al di là del Giordano, da dove partivano le incursioni dei palestinesi. All’approssimarsi dei tank d´Israele, Arafat e i suoi guerriglieri si dileguarono: ma i giordani intervennero, lo scontro fu duro, gli israeliani persero ventisette uomini e una decina di carri. Bene: l’indomani Arafat sguinzagliò in tutta la Cisgiordania occupata i suoi attivisti, che andando di porta in porta e distribuendo volantini attribuirono ad al Fatah la vittoria di Karameh. Non era vero, ma funzionò. I palestinesi ci credettero. Fu allora [...] che il suo genio politico affiorò evidente. Arafat (che intanto s’era dato un nome di battaglia, Abu Ammar) aveva capito infatti una cosa fondamentale: che i palestinesi erano pronti alla resistenza. Settecentomila erano stati espulsi dalle loro case con la guerra del ’48-’49, decine di migliaia erano fuggiti dinanzi al dilagare dell´esercito israeliano nel ’67, e quelli che erano restati a Gaza e in Cisgiordania vivevano adesso sotto l´occupazione militare. Questo mentre in Israele affioravano i progetti espansionistici: mentre i religiosi inneggiavano al recupero delle terre bibliche, e persino tra i laici si faceva strada l’insensata certezza che Gaza, la Giudea e la Samaria, le alture del Golan e Gerusalemme sarebbero state pian piano annesse nel totale silenzio della comunità internazionale, e senza vere, preoccupanti reazioni da parte palestinese. Non era così. Tra i palestinesi, il sentimento dell’ingiustizia subita, la separazione delle famiglie, i primi espropri di terre per uso militare (più tardi sarebbero venuti espropri assai più vasti e spietati per installare le colonie ebraiche), s’andavano componendo in un moto di rivolta. E Arafat rappresentò per il suo popolo la possibilità di rivoltarsi. Gli offrì l’abbozzo d’una organizzazione politico-militare capace di colpire l´occupante, e allo stesso tempo di trascinare la questione palestinese sulla scena internazionale. Così che il mondo potesse giudicare di chi erano le ragioni, e di chi i torti, per quel che stava accadendo in Palestina. Il pensiero che un partito della resistenza fosse ormai in campo per opporsi all’occupazione, rianimò un popolo sconfitto cui si stava strappando tutto: la terra, le acque, l’identità. Accese tra le baracche dei profughi la speranza d’ottenere, un giorno, giustizia. Sembra incredibile, perché al Fatah era a quel tempo una realtà trascurabile tanto sul piano militare quanto su quello politico. Eppure Yasser Arafat riuscì a trasformare il mondo palestinese: le masse di pezzenti accampati nel fango tra Siria, Libano e Giordania, la popolazione di contadini che da Nablus a Gaza chinavano la testa ad ogni incontro con una pattuglia israeliana, la piccola borghesia e gli intellettuali di Gerusalemme. In sei o sette anni li trasformò in una nazione che esigeva il proprio diritto all´indipendenza. E infatti i palestinesi lo chiamavano al Walid, il padre fondatore. Il metodo di lotta di al Fatah era il terrorismo? Sì: lo stesso metodo con cui si combatteva nella regione già da vari decenni, e che era stato largamente, sanguinosamente usato dai sionisti per giungere alla fondazione d’Israele. Intanto, la leggenda di Al Walid lievitava. Non solo adesso Arafat viaggiava per tutto il mondo ricevuto con rispetto da ministri e leader politici, ma sembrava assistito da una straordinaria fortuna. Un gatto: Abu Ammar ha sette vite come un gatto [...] dicevano beati i palestinesi nei caffè di Hebron o nelle botteghe di Nablus. E infatti, quante volte era sfuggito alla morte. Lui si vantava d’aver subito quaranta attentati, e questa era una delle sue tipiche fandonie. Ma che gli israeliani avessero cercato in molte occasioni di farlo fuori, questo è certo. L’avevano inseguito a sud del Libano, nell’82 a Beirut bombardavano ogni notte gli edifici in cui si pensava fosse andato a dormire, a Tunisi nell’85 gli aerei scaricarono una ventina di missili sul suo quartier generale, nel marzo 2002 gli ridussero in macerie gli uffici della Moqata a Ramallah. Entrate nel folklore palestinese, divenute letteratura patriottica, queste avventure gli avevano conferito un alone d’invincibilità. Sicché anche nel pieno delle crisi peggiori, quelle che sembravano definitive (la fuga da Amman nel ’70, la cacciata da Beirut nell’82), i palestinesi sapevano che prima o poi sarebbe tornato in scena. E infatti a un certo punto, immancabilmente, vi tornava. Come la mattina che tornò a Gaza, nel ’94, dopo i dodici anni dell’esilio tunisino [...] scene d’entusiasmo mai viste prima, folle immense che gridavano, piangevano, illuse d’essere alla fine del loro calvario. Negli ultimi tempi era diverso, perché le dimensioni della catastrofe, i lutti, la miseria erano divenuti tali che i palestinesi non potevano non imputare ad Arafat le imprevidenze e gli errori della seconda Intifada. Ma per trent’anni il suo popolo lo ha adorato. Perché aveva impersonato la speranza del riscatto, e fatto rinascere dalle ceneri, dopo tante sconfitte e umiliazioni, l’orgoglio e l’identità palestinese. Un’identità negata inesorabilmente - sino agli accordi di Oslo, e poi di nuovo con l’avvento di Sharon - dai governi israeliani, non importa se buoni o cattivi, di destra o sinistra, per i quali la rivolta all’occupazione, la resistenza all’annessione strisciante dei Territori erano solo e soltanto terrorismo antisemita. [...] I giorni gloriosi della cerimonia nel giardino della Casa Bianca con Clinton e Rabin, e quelli del Nobel per la pace, erano ormai lontani. Adesso era confinato nella Moqata senza potersi muovere, poche stanze puzzolenti da cui usciva nelle belle giornate, come i carcerati all’ora d´aria, per sedersi sui gradini verso il cortile con gli occhi rivolti al cielo. L’ondata dei kamikaze, il fondato sospetto che egli vi avesse in certa misura a che fare, avevano diradato le visite importanti. Manteneva strette in mano le magre finanze dell’Autorità palestinese, e da questo traeva l’ultimo residuo del vecchio potere. Indicare quale sia stata la massima delle colpe di Yasser Arafat, non è difficile. Fu quella di non aver mai detto alla sua gente tutta la verità: e cioè che il ritorno alle terre abbandonate nel ’48, non sarebbe più stato possibile. Che bisognava sapere in partenza che Israele era ormai una realtà inamovibile, per cui il massimo da ottenere dopo un accordo di pace era un compromesso: dare qualcosa per ottenere in cambio qualcos’altro. E invece Arafat non fu mai chiaro. Non seppe o non volle estirpare dalla testa dei palestinesi l’idea d’una rivincita totale. Non disse mai, ai profughi che le conservavano gelosamente, di gettar via le chiavi dello loro case perdute, dato che in quelle case nascevano ormai da decenni bambini israeliani. In questo tragico errore, egli non era d’altronde solo. Anche la classe politica israeliana, infatti, taceva ai propri elettori la verità. Vale a dire che non si sarebbero potute mantenere all’infinito le terre conquistate nel ’67, che il progetto d’una Grande Israele s’era rivelato insostenibile, e che al popolo palestinese andavano riconosciuti i suoi diritti. Sommatesi l’una all’altra, la menzogna di Arafat e quella dei governanti d’Israele hanno prodotto la catastrofe» (Sandro Viola, ”la Repubblica” 12/11/2004). «Non per nulla lo chiamano Mister Palestina. Nella sua lunga e tormentata parabola politica è riuscito ad identificarsi completamente con le sorti del proprio popolo [...] all’inseguimento di uno Stato in una regione nella quale ”c’è sempre un popolo in più e uno Stato in meno”. Dal ’35 è cresciuto in esilio al Cairo, al Cairo si è laureato in ingegneria e dall’Egitto se ne è andato in Kuwait a far fortuna costruendo palazzi, strade e ponti, ma soprattutto fondando Al-Fatah, il suo trampolino di lancio nella complessa e spietata politica mediorientale. Per capire la forza di rottura che ha rappresentato l’Arafat-pensiero nella storia palestinese bisogna tornare al periodo del grande innamoramento collettivo delle masse arabe per Nasser, il presidente egiziano che osò sfidare a viso aperto Israele e l’Occidente tutto e fece della lotta al sionismo il cemento della fratellanza araba o - come diceva lui - del panarabismo. Fu proprio Nasser nel 1964 a volere la creazione della Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’Olp, per imporre all’attenzione internazionale la questione palestinese, ma soprattutto per affermare - attraverso il suo controllo sull’Olp - la propria leadership su tutto il Medio Oriente. Detto in altre parole, fin dagli inizi la causa palestinese ha rappresentato per i leader della regione il cavallo di Troia attraverso il quale conquistare una posizione di guida e supremazia nel mondo arabo, spesso a spese dello stesso popolo palestinese. La strategia di tutti puntava alla totale distruzione di Israele. Gli israeliani però non avevano nessuna intenzione di farsi ”ributtare a mare”, come recitava la fiammeggiante retorica del tempo, e con le continue sconfitte degli eserciti arabi (nel ’48, nel ’56 e soprattutto - eclatante - nella guerra dei Sei giorni del 1967) la causa palestinese rischiava di naufragare ingloriosamente. Arafat riuscì a farsi eleggere alla presidenza dell’Olp nel 1969 con un programma che proclamava a chiare lettere che i palestinesi dovevano diventare gli artefici della propria autodeterminazione; non bisognava più affidarsi alle sole sorti delle armi arabe, ma portare la guerriglia all’interno dei Territori recentemente conquistati di Israele (Gerusalemme Est, la Cisgiordania, Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan). Il quartier generale dell’Olp fu spostato ad Amman in Giordania e per Arafat cominciò una durissima lotta in due direzioni: imporre all’attenzione internazionale la causa palestinese con tutti i mezzi (militari e non) e difendersi dalle mire egemoniche che i vari leader arabi continuavano ad esercitare sulle sorti del suo popolo, tenendo sotto controllo contemporaneamente la turbolenza delle varie fazioni che l’Olp, come organizzazione-ombrello, raggruppava. Molta della retorica e dell’ambiguità di Arafat sono derivate da questa esigenza di cavalcare ogni onda storica, di coordinare le tante anime dell’Olp e di difendersi dai giochi politici mediorientali improntati alla logica dei ”parenti-serpenti” (pare sia sfuggito a 56 tentativi di assassinio). [...] non sappiamo ad esempio quanto fosse coinvolto nel tentativo di rovesciare il trono di re Hussein in Giordania che scatenò la ferocissima repressione del sovrano nel settembre del 1970 e causò la cacciata dell’Olp e dei fedayin verso il Libano. Da quel disgraziato ”settembre nero” iniziò la stagione del terrorismo internazionale palestinese costellato di attentati, di dirottamenti aerei e di eclatanti azioni criminali quali il sequestro e l’assassinio di tutta la squadra olimpica israeliana alle Olimpiadi di Monaco del ’72. Ha pagato quel terrorismo, che a differenza del terrorismo di oggi era tutto laico? Molto cinicamente bisogna dire di sì: il mondo conobbe attraverso quegli attentati chi erano e cosa volevano i palestinesi e il mix di terrorismo ed embargo petrolifero orchestrato dai paesi arabi produttori di greggio nel ’73 proprio a sostegno della causa palestinese, spalancò ad Arafat le porte dell’Onu nel 1974. Uno dei suoi obiettivi era stato raggiunto. Con le porte dell’Onu gli si spalancò anche la possibilità-necessità di affiancare all’opzione delle armi quella della politica in un nuovo e complicato esercizio di equilibrismo. Ma perché Arafat e l’Olp accettassero ufficialmente il diritto di Israele ad esistere dovevano verificarsi altri avvenimenti sanguinosi e turbolenti: la cacciata dei palestinesi dal Libano a seguito dell’invasione israeliana dell’82 e l’esperienza rivoluzionaria della prima Intifada nel 1987 in cui l’Olp stessa si fece ”sorprendere” dalla ribellione dei ragazzini palestinesi nati e cresciuti sotto occupazione israeliana. Sull’onda della forza propulsiva dell’Intifada e in un clima internazionale che vedeva ormai l’inarrestabile declino dell’Unione Sovietica - patron di sempre dell’Olp - nel novembre 1988 ad Algeri Arafat si risolse a riconoscere con le risoluzioni Onu 242 e 338 proprio il fatidico diritto all’esistenza di Israele. Ora si trattava di passare all’incasso, di avvicinarsi cioè agli Stati Uniti per porre sotto la loro mediazione le sorti della causa palestinese e la marcia di avvicinamento era già cominciata quando nel ’90 l’Iraq invase il Kuwait e nella successiva Guerra del Golfo Arafat, seguendo gli umori del suo popolo, non trovò di meglio che abbracciare la causa di Saddam. In un attimo tutto il credito politico accumulato nei confronti dell’Occidente svanì e solo la ferma volontà degli Stati Uniti di avviare un processo di pace tra arabi e israeliani con la conferenza di Madrid del ’91 consentì la resurrezione dello stesso Arafat. Per quella pace, dopo gli storici accordi di Oslo del ’93, Mister Palestina si è guadagnato il premio Nobel e nel ’94 è stato eletto alla presidenza della neonata Autonomia palestinese, ma in lui non si è mai compiuta la metamorfosi completa da leader guerrigliero a statista. rimasto a metà, oscillando ancora tra violenza e politica, e questo rischia oggi di travolgerlo» (Marcella Emiliani, ”Il Messaggero” 5/12/2001). « «A seconda delle circostanze, un avvocato, un mercante, un predicatore, un tribuno. La sua carriera politica comincia nel Kuwait, verso la fine degli anni Cinquanta, quando un gruppo di esuli costituisce una organizzazione chiamata Al Fatah e cerca di farne il fulcro della resistenza palestinese. Arafat riesce a controllare i fondi dell’organizzazione e ne diventa il leader. Negli anni seguenti, e soprattutto dopo la Guerra dei sei giorni, non esita a usare gli strumenti del terrore: dirottamenti aerei e una lunga sequenza di sanguinosi attentati. Ma tutti, anche i suoi avversari, gli riconoscono il merito di avere imposto il problema palestinese all’attenzione dell’opinione internazionale. Per farlo costruisce anzitutto il proprio personaggio: una blusa militare, la barba incolta, i grandi occhiali, la kefiah che avvolge il capo, scende lungo il viso e copre la spalla destra. un piccolo gufo, irsuto, tozzo e sgraziato, ma è anche l’immagine di un popolo. La Palestina araba non ha un territorio, ma ha un volto. Ciò che maggiormente sorprende nella storia della sua vita politica è la lista degli errori e dei disastri. Commette un errore, ad esempio, quando sfida re Hussein e cerca di sottrargli, a favore dell’Olp, il controllo del regno. Sanguinosamente sconfitto dai giordani nel Settembre nero del 1970, è costretto a emigrare con il suo popolo in Libano dove tenta una operazione analoga. Assediato dagli israeliani e braccato dalle milizie cristiane, si rifugia in Tunisia. Ma continua a essere, nonostante tutto, l’unico volto, internazionalmente riconosciuto, della resistenza palestinese. Il massacro di ottocento palestinesi nei campi di Sabra e Shatila gli conferisce l’aureola del martirio e gli assicura la simpatia di una parte dell’opinione europea. Il terrorista sta diventando un leader e comincia a muovere i suoi primi passi nei ”salotti buoni” della politica internazionale. Bettino Craxi, Giulio Andreotti e altri statisti europei non esitano a stringergli la mano. Craxi si spinge sino a evocare, parlando di lui, il nome di Mazzini. Una nuova forza tuttavia è apparsa intanto nel campo palestinese e sta minacciando la sua leadership. Sono i gruppi fondamentalisti islamici che combattono in Libano con il denaro degli ayatollah iraniani. Uno di questi gruppi si costituisce nel 1987 nei territori occupati dopo lo scoppio dell’Intifada. Si chiama Hamas e sarà d’ora in poi una spina nel fianco del leader dell’Olp. Ma il peggiore errore di Arafat risale probabilmente al 1990. Quando Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Stati Uniti formano con alcuni Stati musulmani una coalizione anti-irachena, Arafat punta sul cavallo sbagliato e perde, dopo la Guerra del Golfo, gli aiuti finanziari delle maggiori potenze arabe. Anche gli errori, tuttavia, possono essere virtuosi e benefici. Costretto in un angolo, rinuncia all’obiettivo più radicale - cacciare gli ebrei dalla Palestina - e ha la fortuna di trovare in Israele due uomini, Rabin e Peres, che danno prova di grande lungimiranza. Nel 1993, sul prato della Casa Bianca, il vecchio camaleonte è diventato ormai un grande leader politico e sarà di lì a poco, nel 1994, insieme ai suoi interlocutori, un ”premio Nobel per la pace”. Quando scriveranno la storia di ciò che è accaduto negli ultimi nove anni gli studiosi non saranno teneri né con Benjamin Netanyahu né con Ariel Sharon. Molto di ciò che è successo è dovuto alla ostinazione con cui una parte della direzione politica israeliana ha deliberatamente boicottato la nascita di uno Stato palestinese. Ma gli storici non potranno dimenticare che Arafat ha commesso in questo periodo almeno due errori capitali. In primo luogo ha regnato su un’amministrazione corrotta e ha lasciato spazio, in tal modo, al radicalismo religioso e incorruttibile di Hamas. In secondo luogo non ha avuto il coraggio di firmare a Camp David un compromesso che gli avrebbe garantito più del 90% dei territori occupati. [...]» (Sergio Romano, ”Corriere della Sera” 28/1/2002). «Yasser come lo chiamano gli intimi, cioè ”tranquillo”, ”facile”, ”senza problemi”, oppure Abu Ammar cioè ”padre costruttore” come lo esaltano gli intimissimi che da sempre vedono in lui l’ingegnere di uno Stato ipotetico, il generalissimo di un esercito erratico, il capo di un’amministrazione pubblica evidente solo sulla carta. Arafat, o se volete Ammar, come dire costruttore infaticabile, distruttore endemico, ricostruttore perenne. Una specie d’insonne Sisifo della mitologia araba contemporanea. Perfino Al Qaeda sembra nascere dalla primigenia costola terroristica dell’Olp e di Fatah, ambedue creature arafatiane. [...]» (Enzo Bettiza, ”La Stampa” 10/3/2002). «Nacque quasi certamente al Cairo. Il padre commerciava in tessili ed era egiziano di origine palestinese mentre la madre apparteneva a una vecchia famiglia di Gerusalemme. Fu questa la ragione per cui il piccolo Yasser, dopo la morte della madre, fu affidato a uno zio materno e allevato per qualche anno nella città santa. Più tardi, parlando di quel periodo, disse di non avere mai dimenticato la notte in cui alcuni soldati inglesi devastarono la casa dello zio e trattarono brutalmente i membri della famiglia. Ma è probabile che questi ricordi appartengano al suo autoritratto agiografico. Dopo quattro anni a Gerusalemme tornò al Cairo, proseguì gli studi e cominciò a occuparsi di politica. Terminata la guerra, trasportava armi di contrabbando in Palestina per le operazioni di guerriglia contro gli inglesi e gli ebrei. A diciannove anni, durante il primo conflitto arabo-israeliano, combatteva con l’esercito egiziano nella striscia di Gaza. Qualche mese dopo era di nuovo al Cairo, scoraggiato, depresso, deciso a emigrare in America. Ma rimase in Egitto, terminò gli studi con un diploma d’ingegneria all’università del Cairo e divenne leader di organizzazioni studentesche. Fu verso la fine degli anni Cinquanta che la sua vita subì una brusca trasformazione. Nel 1956, allorché una spedizione anglo-francese, appoggiata dagli israeliani, cercò di impedire la nazionalizzazione del canale di Suez e di rovesciare il regime di Nasser, a quanto pare, combatté nel Sinai come ufficiale della riserva dell’esercito egiziano. Ma nei mesi seguenti andò in Kuwait, trovò impiego nel Dipartimento dei lavori pubblici e creò di lì a poco una piccola impresa di costruzioni. Fu una una breve parentesi civile. Due anni dopo, nel 1958, fondò con un gruppo di amici una organizzazione clandestina, Al Fatah, composta da cellule segrete che si ripromettevano di colpire gli israeliani nel loro territorio. Un anno dopo, nel 1959, Al Fatah pubblicava il suo primo bollettino e cinque anni dopo, nel 1964, Arafat dirigeva le operazioni dal territorio giordano. Fra i molti gruppi dell’epoca, riuniti sotto l’ombrello di un ”consorzio” finanziato dai Paesi arabi (l’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina), Al Fatah dimostrò di essere, soprattutto durante la ”guerra dei sei giorni”, il più intraprendente ed efficace. La coalizione araba fu sconfitta, ma lui vinse la sua prima importante battaglia politica e divenne, due anni dopo, presidente del comitato esecutivo dell’Olp. Il piccolo ingegnere, leader di un gruppuscolo mediorientale, è ormai il ”chairman Arafat”, protagonista politico di tutte le crisi regionali dal 1967 ai nostri giorni. Non basta. Grazie a lui l’Olp non è più un semplice strumento della politica araba. una organizzazione indipendente, capace di formulare i propri obiettivi politici e di affrancarsi, entro certi limiti, dal controllo delle potenze regionali. Ma è certamente una organizzazione terroristica. Dove gli eserciti hanno fallito, riusciranno, secondo Arafat, le bombe, le operazioni di commando, i dirottamenti. Comincia così la sanguinosa stagione degli attentati negli aeroporti, sugli aerei, contro le istituzioni ebraiche nel mondo e contro gli atleti israeliani ai Giochi Olimpici di Monaco. Ecco qualche esempio tratto da un solo mese del 1970. Il 6 settembre i terroristi palestinesi s’impadroniscono di quattro aerei sulle rotte del Cairo, di Amman e di Londra. Il 9 costringono un aereo delle linee britanniche ad atterrare sull’aeroporto di Dawson’s Field in Giordania. Il 12 distruggono con gli esplosivi tre dei velivoli parcheggiati nell’aeroporto giordano. Non tutti gli atti terroristici sono riconducibili ad Al Fatah, ma Arafat diventa rapidamente il maggiore avversario dello Stato ebraico. Ha molti nemici, tuttavia, anche nel campo arabo. In Giordania, dove i palestinesi sono divenuti ingombranti e l’Olp è ormai uno Stato nello Stato, re Hussein, pochi giorni dopo gli ultimi dirottamenti, ordina all’esercito di cacciare gli ospiti. Dopo dieci giorni di combattimenti per le vie e nelle case di Amman, le ostilità cessano con una tregua, sottoscritta al Cairo dal re, dal presidente dell’Olp e da alcuni leader arabi. Ma le milizie di Arafat dovranno abbandonare la Giordania e trasferirsi in Libano. I palestinesi erranti sembrano ormai condannati a imitare i loro nemici ebrei, ma portano con sé, nelle loro trasmigrazioni, i mitra che appaiono da quel momento sui loro stendardi. E ”Settembre nero”, in ricordo della tragica guerra civile giordana, diventerà il nome di una nuova organizzazione terroristica. Comincia così, nella vita di Arafat, il capitolo libanese. Il leader, ormai, è divenuto una icona. piccolo, tozzo, brutto, il viso coperto da una barba ispida, il torso avvolto in una giubba militare di taglio inglese, la testa nascosta da una kafiah bianco-azzurra. Ma ha occhi vivaci e un sorriso accattivante. Chiunque lo abbia visto a Cernobbio, ospite con Shimon Peres del Seminario Ambrosetti negli anni in cui i due Nobel per la pace sembravano garantire il futuro della regione, sa che il vecchio guerrigliero può essere un magistrale incantatore di serpenti. Se ne accorsero i delegati dell’Onu quando fece la sua apparizione all’Assemblea generale nel 1972 con una pistola al fianco e un ramoscello d’ulivo nella mano destra. In Libano, nel frattempo, il capo dell’Olp approfitta della guerra civile per installare le sue milizie e proseguire la guerra di guerriglia che aveva lanciato contro Israele dal territorio giordano. Ed è qui che nel 1982 Arafat incontra il suo maggiore nemico. A Gerusalemme il ministro della Difesa è Ariel Sharon, veterano di tutte le guerre e paladino delle maniere forti. Sharon invade il Libano e si serve delle milizie cristiane per attaccare i campi palestinesi di Sabra e Shatila. E Arafat è costretto, ancora una volta, a partire. Troverà rifugio a Tunisi dove s’installerà per qualche anno con il suo quartiere generale. uno dei momenti peggiori della sua vita. Cacciato dal Libano e dalla Siria, costretto a separarsi dalle sue milizie e insidiato dai servizi israeliani, sfugge a un attentato, esce più o meno indenne da un incidente aereo, sopravvive a un infarto. Ma in quello stesso periodo sposa segretamente una giovane palestinese (il matrimonio verrà pubblicamente annunciato quindici mesi dopo) e diviene padre di una bambina. A Gerusalemme, nel frattempo, gli israeliani constatano che l’operazione libanese ha prodotto risultati imprevisti. Dopo avere combattuto il terrorismo laico di Arafat debbono ora affrontare un nemico ancora più insidioso: il terrorismo religioso dei gruppi integralisti. Non basta. Nella seconda metà degli anni Ottanta la protesta si estende ai territori occupati e diventa una ”rivolta delle pietre” (Intifada). questo il momento in cui Arafat decide di cambiare politica. Nel 1988, a Ginevra, in occasione di una seduta speciale delle Nazioni Unite, dichiara che l’Olp intende rinunciare al terrorismo, auspica la fine del conflitto, intravede un Medio Oriente in cui lo Stato palestinese potrà vivere ”in pace e in sicurezza” con Israele e i suoi vicini. possibile prestargli fede? Molti israeliani diffidano di lui e non saranno sorpresi allorché il leader palestinese, all’epoca della Guerra del Golfo, si schiererà dalla parte di Saddam. Ma il vecchio camaleonte ha ancora una straordinaria agilità politica e sa cogliere le buone occasioni. Terminato il conflitto, approfitta di una migliore costellazione israeliana (i laburisti hanno vinto le elezioni del giugno 1992) e avvia trattative che si concluderanno con gli accordi di Oslo dell’anno seguente. Il resto è storia degli ultimi dieci anni, vale a dire di un periodo in cui ogni evento è oggetto di almeno due interpretazioni contrastanti. Arafat non ha potuto o voluto controllare le fazioni più radicali del campo palestinese e ha certamente permesso che l’amministrazione dell’Autorità divenisse una delle più corrotte della regione. Ma ha dovuto confrontarsi con governi israeliani a cui premeva diluire o sabotare gli accordi di Oslo. Il suo maggiore errore fu a Camp David (luglio 2000), verso la fine della presidenza Clinton, quando non ebbe il coraggio di accettare il piano offertogli dal Primo ministro israeliano Ehud Barak. Ma anche su quell’episodio e sulle responsabilità dei protagonisti corrono versioni diverse. Il bilancio di una vita, del resto, è possibile soltanto alla fine, quando sulla storia di un uomo cala il sipario» (Sergio Romano, ”Corriere della Sera” 26/6/2002). Vedi anche: Antonio Ferrari, ”Sette” n. 45/1997.