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BOCCASSINI Ilda Napoli 7 dicembre 1949. Magistrato • «Quell’equivoco voluto tra il colore dei capelli e il presunto colore della toga

BOCCASSINI Ilda Napoli 7 dicembre 1949. Magistrato • «Quell’equivoco voluto tra il colore dei capelli e il presunto colore della toga. Dev’essere chiaro che la sua professionalità non è mai stata messa in discussione da nessuno: è una solista, sì; ma in genere lo sono i migliori. Nessuno ha mai detto niente sulla sua capacità di lavorare e di ottenere risultati. Ha dimostrato con i fatti di essere un grande investigatore, conosciuta in tutto il mondo. E in uno dei momenti più delicati per il nostro Paese, a costo di gravi sacrifici personali, è andata in Sicilia, in prima linea, a rischiare la vita» (Gerardo D’Ambrosio a Cinzia Sasso, ”la Repubblica” 21/10/2002) • «[...] «Due figli, un tempo di sinistra, già aderente a Magistratura democratica, la corrente che abbandonò dopo che il Csm votò contro la nomina del suo amico Giovanni Falcone a coordinatore del pool di Palermo, Ilda Boccassini ha un carattere duro, spigoloso. A volte anche lunatico. Capace di cameratesche pacche sulle spalle dei colleghi, ma anche di memorabili sfuriate e lunghe freddezze. Con Giancarlo Caselli è un viavai di alti e bassi. Con Saverio Borrelli, ex numero uno della procura di Milano, è stata prima quiete dopo la tempesta, e poi amore a tutto tondo. Con l’ex membro del Csm Armando Spataro, nemmeno una parola da dieci anni. Come tutte le persone di carattere, Ilda Boccassini ha un caratteraccio. Ma, per dirla con la superteste Stefania Ariosto, ”è rigorosa prima con se stessa e poi con gli altri”. Il capitano Ultimo (quello che arrestò Totò Riina), dopo avere lavorato fianco a fianco per quasi due lustri, spiega: ”Pur essendo una donna, per noi è sempre stata un soldato”. E se a Palazzo di Giustizia hanno scelto per lei il diminutivo di ”Bocassa”, che richiama il nome di uno spietato dittatore centroafricano, per i suoi detective Ilda è sempre e solo ”la dottoressa”. Inevitabile che la sua strada incrociasse prima o poi quella dell’uomo che tutti in azienda chiamano ”il dottore”: Silvio Berlusconi. E non solo nell’inchiesta toghe sporche. Siamo nel febbraio del ”94, Forza Italia è appena nata, Ilda Boccassini vive blindata a Caltanissetta dove è stata volontariamente applicata (era in sevizio a Milano) per dare la caccia agli assassini di Falcone. Davanti a lei e al procuratore Giovanni Tinebra il pentito Salvatore Cancemi ricorda che Riina ripeteva spesso di avere ”Berlusconi e Marcello Dell’Utri nelle mani”. Inizia così l’operazione Oceano, una gigantesca indagine alla ricerca di eventuali riscontri ai presunti contatti tra i vertici Fininvest e Cosa Nostra, poi sfociata a Palermo in un processo per fatti di mafia a carico di Marcello Dell’Utri. Ilda la segue per qualche tempo. Poi scadono i suoi due anni in Sicilia. Con Tinebra, il capo a Caltanissetta, i rapporti non sono più quelli di prima. Quando la Procura si è ritrovata tra le mani un secondo rilevante pentito, Vincenzo Scarantino, che parlava sia dei presunti rapporti tra la mafia e Berlusconi, sia dei retroscena dell’omicidio di Paolo Borsellino, Ilda Boccassini si è subito convinta della sua inattendibilità e lo ha messo per iscritto. A posteriori l’evoluzione dei processi per la strage di via D’Amelio finirà per darle in buona parte ragione. Ma sul momento la discussione raffredda i legami. Ilda torna a Milano con molti rimpianti. Quelli per lei non sono mesi tranquilli. Il pool di Mani pulite è ancora popolarissimo. Buona parte della procura di Milano, Borrelli in testa, le è ostile. Colpa del suo carattere, delle sue opinioni, ma anche della sua bravura. Entrata in magistratura nel 1977, Ilda non ci ha messo molto a dimostrare di che pasta è fatta. All’inzio si accupa di rapine, delitti passionali e operazioni antidroga che la portano a ordinare blitz di centinaia di carabinieri nelle periferie di Milano. Sul finire degli anni Ottanta comincia a collaborare sull’asse Palermo-Milano con Giovanni Falcone. Con lui segue molte indagini sul riciclaggio del denaro sporco e, soprattutto, cerca di catturare l’imprendibile Gaetano Fidanzati, il boss siciliano che dalla latitanza inondava la metropoli di eroina e cocaina. Sulle sue tracce ci sono allora sia l’alto commissariato antimafia - retto da Domenico Sica e dal suo vice, l’ex sostituto procuratore milanese Francesco Di Maggio - sia i carabinieri cordinati da Boccassini e Falcone. Intercettando l’apparecchio di una cabina telefonica si riesce a individuare Fidanzati in Sud America. Viene indetta una riunione nell’ufficio di Borrelli dove tra i vertici dell’alto commissariato e Ilda Boccassini va in scena uno scontro memorabile. Ilda e Falcone spingono perché prima di arrestare Fidanzati si tenti di ricostruire la sua rete di rapporti. Niente da fare. Il blitz scatta subito. Intanto, è esplosa la Duomo Connection, uno scandalo fatto di mafiosi legati ai corleonesi, di appalti e mazzette. Gli uomini di Ultimo, per la prima volta in Italia, sono riusciti a documentare, filmando e intercettando, la vita quotidiana degli uomini d’onore al Nord. Sono saltate fuori storie di traffico di droga, ma anche i contatti con i politici che, passando per la massoneria, arrivano persino alla famiglia Craxi. Ilda procede come un treno. Macina indagini su indagini, ma fa tutto da sola. Non si fida di alcuni colleghi e non manca di sottolinearlo aumentando così le tensioni all’interno dell’ufficio. La situazione è talmente tesa che Borrelli, dopo aver assistito all’ennesimo scontro con Spataro, un altro magistrato dal carattere spigoloso, la estromette dal pool che indaga sulla criminalità organizzata. Nel settembre del ”91 il procuratore scrive: ”Boccassini è dotata d’individualismo, carica incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al lavoro di gruppo”. Sembra il capolinea. Invece Ilda, a poco a poco, comincia a maturare. Diventa più diplomatica. Più disponibile. Fino ad arrivare a riconoscere, nel 1997, che il provvedimento di Borrelli ”era dettato da una sorta di ragion di Stato”. Ma prima di giungere a quel punto molta altra acqua deve passare sotto i ponti. Soprattutto l’Italia deve conoscere la tragica stagione delle bombe di mafia. Quando muore Giovanni Falcone (1992), lei parte di notte per vegliare con gli amici carabinieri il cadavere dell’amico. Poi, a Milano, prende la parola in un’aula magna gremitissima, e come spesso le accade dice una verità, sia pure parziale, molto antipatica. Racconta come tutti, a partire dai colleghi, per arrivare sino ”agli intellettuali del cosiddetto fronte antimafia”, avessero accusato Falcone di essersi venduto quando nel ”91 aveva accettato di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia al fianco di Claudio Martelli. Le parole più dure, e ingiuste, sono proprio per Colombo, allora già impegnato in Mani pulite al quale si rivolge direttamente: ”Gherardo, anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? L’ultima ingiustizia Giovanni l’ha subita proprio dai giudici milanesi che gli hanno mandato una rogatoria senza allegati (i verbali sui politici socialisti coinvolti in tangentopoli, ndr.). Giovanni mi telefonò quel giorno e mi disse: ”Che amarezza, non si fidano del loro direttore degli Affari penali’”. Ovvio, quindi, che in occasione del suo primo rientro dalla Sicilia, nel ”94, la Procura di Milano la circondi di fredezza. Ilda Boccassini accetta così al volo l’offerta di Giancarlo Caselli che la vuole a Palermo. La nuova esperienza dura però solo sei mesi. Anche lì, le incomprensioni non mancano: Ilda tra l’altro sostiene che è sbagliato dedicarsi più ai rapporti tra mafia e politica, che alla Cosa Nostra militare. Ma questa volta a spingerla a rientrare è soprattutto la lontananza dai due figli (un maschio e una femmina, avuti da un magistrato da cui si è poi separata) e la stanchezza per un’esistenza blindata. Certo, c’è la popolarità. Il ”Times” e ”L’Express” l’hanno inclusa, unica italiana, nell’elenco delle 100 donne più importanti al mondo, ma il resto è solitudine, scorte e vita da caserma. A Milano a farle da apripista verso la riconciliazione con i colleghi sono Francesco Greco e Gherardo Colombo. Sì, proprio lui, Colombo. I due ex amici (cofondatori nel 1985 del circolo Società Civile cui apparteneva anche l’attuale ministro Giuliano Urbani) si incontrano per caso in ascensore. Gherardo saluta Ilda come niente fosse accaduto. Lei, sorpresa, scoppia in lacrime: ”Ma come, mi saluti? Dopo quello che ti ho detto?”. E lo abbraccia. Così quando il pool si trova per le mani la supertestimone Stefania Ariosto, Greco propone che sia lei a seguire l’indagine: per verificare le sue parole bisogna ricorrere a microspie, pedinamenti, intercettazioni. Solo lei, grazie all’esperienza siciliana, è in grado di farlo. Il 12 marzo del ’96 scatta il blitz: finisce in carcere il capo dei gip del tribunale di Roma, Renato Squillante. E l’Italia scopre ufficialmente che anche Berlusconi è sotto inchiesta per corruzione giudiziaria. Da allora la ”dottoressa”-’Bocassa”-’Ilda la rossa” diventa il bersaglio grosso. Il deputato forzista ed ex sostituto procuratore a Milano Tiziana Parenti l’accusa di aver offerto soldi a un pentito per coinvolgerla in un’inchiesta sul consumo di cocaina. I media della Fininvest fanno da grancassa. Ma Ilda è innocente e la Parenti viene rinviata a giudizio. Poi, i giornali berlusconiani la sbattono ancora in prima pagina per l’arresto di una donna somala accusata di traffico di minori e in parte scagionata dal test del Dna, disposto proprio da lei. ”La Procura che rapisce i bambini”, titola ”Il Giornale”. Massimo D’Alema, a quell’epoca presidente del Consiglio, legge l’articolo (poi considerato diffamatorio) e chiede ufficialmente scusa alla somala in nome del popolo italiano. Quando nel giro di pochissimi giorni Ilda risolve a Milano l’omicidio di un gioielliere di via Padova e di un tabaccaio in via Derna (due dei delitti più efferati del ”99 che avevano permesso al Polo di gridare ancora una volta all’allarme criminalità) di complimenti invece non ne arrivano. Anzi, tutto il Parlamento insorge contro di lei perché si è permessa di esprimere solidarietà a Colombo per gli attacchi ricevuti dopo una celebre intervista in cui il magistrato ipotizzava che i lavori della commissione bicamerale fossero condizionati dal ricatto. Così i media ripartono alla carica. Ricordano una storia questa volta vera: come uno zio di Ilda, ex procuratore di Vallo della Lucania, sia stato condannato per concussione. Le denunce infondate nei confronti della Boccassini si moltiplicano con il risultato che il suo avanzamento di carriera a magistrato di Cassazione viene bloccato per mesi. Le lettere anonime contenenti proiettili, insulti e preservativi usati, sono centinaia. ”Sono sicura che venti milioni d’Italiani pensano che io faccia processi politici”, commenta sconsolata. Ma va avanti. La tranquillità la trova tra gli amici di sempre: Ottavia Piccolo, qualche regista teatrale, un paio di giornalisti che non si occupano né di politica né di giustizia. Niente mondanità, nessuna presenza alle cene milanesi tra avvocati e magistrati, mai una parola sugli imputati anche con le persone più fidate. In vacanza a Ischia (’La mia isola”) viene però fotografata in compagnia di Cesare Romiti, che un suo ruolo da imputato in Tangentopoli lo ha avuto. Uno scivolone, una caduta di stile di una donna magistrato che si è sempre fatta onore di scegliere i rapporti sapendo l’importanzea della legalità in tutto? Qualcuno interpreta la scelta di farsi vedere con Romiti come un segnale in stile siciliano lanciato a quelli della Fininvest. Come dire: attenzione, anch’io ho amici importanti. Il peggio deve ancora venire. Dopo l’11 settembre 2001 il ministero di Grazia e Giustizia decide di levarle la scorta. Il provvedimento è controfirmato da Gianni De Gennaro, il capo della Polizia, un amicissimo che lei ha pubblicamente difeso dagli attacchi di forzisti del calibro di Lino Jannuzzi e Filippo Mancuso. Ilda ha paura. E lo dice. Le Jene di Italia 1 la pedinano mentre va a fare la spesa e, grazie a una telecamera, dimostrano quanto sarebbe semplice colpirla in ogni momento. Borrelli nel suo discorso di commiato alla magistratura la loda e attacca l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola. Lei gli risponde subito. Pubblicamente e con queste parole: ”Grazie per aver tutelato anche la nostra incolumità: altri si devono vergognare”» (Peter Gomez, ”L’Espresso” 31/10/2002). • «Dice la Boccassini che quando il pubblico ministero, cioè se medesima interpretata da Anna Bonaiuto, scambia quel lungo sguardo con il Caimano - sono nell’aula del tribunale e il Caimano è stato condannato a sette anni e gli occhi del Caimano/Moretti sono accecati dall’odio per quella donna in toga - il cuore le è andato per aria, nel buio della sala. Un impulso inatteso. Si è ritrovata emozionata, atterrita, stupita della sua stessa angoscia. Come se davvero quell’occhiata ci fosse stata a Milano, al termine del processo. Come se davvero il suo viso fosse stato affrontato, per un breve e lunghissimo momento, dal disprezzo assoluto, dal rancore, dalla feroce inimicizia dell’imputato. Quello sguardo non c’è mai stato ma, dice la Boccassini, quei pochi secondi del film l’hanno precipitata di nuovo in giorni che vuole dimenticare; all’indietro in quella bolla d’odio in cui si è trovata a vivere; e ancora in quella sproporzione vigliacca che l’ha tenuta prigioniera per anni. Da un lato, il potere: il capo eletto dal popolo, il governo, il parlamento e le televisioni, i giornali, le burocrazie, schiere di avvocati, l’opinione pubblica o meglio quella gente che le inviava lettere minacciose dicendole ”puttana” o augurandole la morte per cancro. Dall’altro, lei. E chi era lei se non si crede allo Stato, all’equilibrio dei poteri, all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Un niente, nulla di più che una donna con il golfino che, per trovare coraggio e mostrare risolutezza in pubblico, mette su una collana rosso fuoco e fa ancora più vermigli i suoi capelli. Il pubblico ministero/Anna Bonaiuto affronta il risentimento del Caimano con uno sguardo non domo ma, dice la Boccassini, se ha avuto nel buio della sala quel momento d’apprensione concretissima è perché lei conosce i costi di quello sguardo fiero e ne ricorda la fatica e, perché non dirlo?, anche la paura. Quel tassista grosso grosso che, una notte, sentendo l’indirizzo di casa, le dice di aver capito e, senza girarsi verso di lei, ringhia per confermarlo: ”Sì, in quella piazza dove abita la maledetta giudicessa comunista con i capelli rossi”. O al supermercato quando decine di occhi la guardano e tra gli scaffali le vanno incontro e lei non sa se le verranno insulti, schiaffi, un sorriso o un incoraggiamento. O gli amici che si disperdono e i colleghi che le consigliano prudenza, moderazione e, insomma, di andarci piano perché in ballo non è un processo e ”non ci possiamo giocare la nostra autonomia per un ostinato capriccio di donna” [...] E le maldicenze, le denunce, i processi subiti. Gli ispettori inviati dal ministero arrivano a Milano, dice la Boccassini, che la malattia della figlia è seria - grazie a dio, oggi è tutto risolto - e gravissima la madre e lei ha le udienze più importanti del processo e quel giorno - è un sabato - decide di mettere su gli occhiali con la montatura più fantasmagorica che ha, quella maculata, anche se ha soltanto voglia di starsene a casa a piangere. Da sola. Non ci sono state le bottiglie incendiarie contro i giudici dell’ultima scena del film né è stato raccolto l’invito alla rivolta contro la magistratura, ma l’odio seminato ha lasciato fiorire, dice la Boccassini, i suoi frutti avvelenati. Il processo a quell’imputato non era un capriccio. Era soltanto il suo dovere. Come pare esserlo per il pubblico ministero/Anna Bonaiuto. Dice poche parole e sono ferme e sempre serene. Anche in quell’incendiato scambio di sguardi finale, la furia e l’odio sono del Caimano, non del pubblico ministero. Il magistrato ha fatto soltanto il suo dovere, non ha ragioni per odiare anche se ha un buon motivo per essere soddisfatto, dice la Boccassini, quando il giudice legge la sentenza. Non per la condanna, ma perché una sentenza c’è stata, pronunciata in nome del popolo italiano e in base al principio che la legge è uguale per tutti o è privilegio e arbitrio. Da un certo punto in poi, ricorda la Boccassini, apparve chiaro che, in quel processo, era in gioco la possibilità stessa di celebrare un processo, la legittimità stessa della magistratura a svolgere la sua funzione al servizio dello Stato. Il fatto stesso che, dopo anni, un tribunale abbia potuto leggere una sentenza è, al di là del merito della decisione e ancora oggi, la sola soddisfazione della Boccassini. Perché, dice, s’era trovata non solo a dover dimostrare la colpevolezza dell’imputato, ma a dover difendere, in molta solitudine, il diritto stesso della magistratura a raccogliere fonti di prova e a promuovere un processo. Il giorno della sentenza, ricorda, era come stordita da quel pensiero fisso: pensava soltanto che chi aveva voluto schiacciare un’essenziale funzione dello Stato aveva perduto. Lo pensò con piacere quel giorno, come ora pensa con riconoscenza a Nanni Moretti. sempre una gran presunzione voler essere compresi soprattutto da chi non si conosce, ma le sembra di aver trovato un inaspettato amico. La gioia dell’amicizia, dice la Boccassini, non è nella mano tesa né in un sorriso di tenerezza. Non è nell’allegria delle giornate felici trascorse insieme o nei ricordi comuni. La gioia dell’amicizia è nell’appagamento spirituale che viene dalla scoperta che qualcun altro crede in te perché comprende quel che fai e le tue ragioni. [...] è come consegnata alla solitudine, ma ne accetta di pagarne il prezzo per rispetto di se stessa e delle persone che ama. Sono donne sole, dolci, fragili eppure forti e ostinatissime. Credono in quel che fanno e sanno di doverlo fare anche se costa fatica e dolore. [...]» (Giuseppe D’Avanzo, ”la Repubblica” 26/3/2006).